La mia prima volta…
Guardo con un pizzico di invidia e di oscura ammirazione quei genitori temerari che buttano i propri pargoletti su allucinanti minimoto race-replica con tutina tecnica, protezioni a ginocchia e piedini ed un casco che appare sempre troppo grande, e rifletto su come sono cambiati i tempi…
Piegoni incredibili, istinto da bagarre primordiale che si manifesta, azzardo ed a volte addirittura un puro talento pre-scolare che si fa strada con prepotenza, foriero di carriere sportive luminose ben oltre il più sordido sogno di gloria dei genitori in questione…
E’ questa l’età d’oro in cui si diventa piloti, probabilmente… Valentino docet.
Quando ero prepubere si e nò andavo in bicicletta, leggevo Topolino e preferivo di gran lunga andare a far casino con i miei amici di giochi lungo i campi incolti che ancora abbondavano nei dintorni di casa mia.
L’adolescenza mi ha visto testimone del passaggio di molti miei amici alle due ruote a motore… e come non ricordare quei nomi temibili posti sui serbatoi? Aspes, Fantic, Malanca… cribbio, mi dicevo, ma cosa ci provano questi matti a salire lì sopra ed andare a spadellarsi sistematicamente ad ogni curva per poi risalire in sella un attimo dopo per ricominciare? … Non mi attira assolutamente, io non salirò MAI su uno di quegli affari…
La storia insegna che molto spesso i buoni propositi si infrangono sul duro scoglio della vita… nel mio caso, questo scoglio si materializzò nella corpulenta sagoma del padre di una ragazza che all’epoca frequentavo molto, molto assiduamente.
Lavoravo già da alcuni anni, avevo il mio bravo conticino in banca, la mia bella Deltona HF, un impianto HiFi al limite dell’esoterico e continuavo naturalmente a non degnare di un solo sguardo sia scooters che moto finchè una dannata sera, mentre ero a cena dai genitori di questa amabile donzella che già stravedevano per me, rimasi invischiato in una pericolosa conversazione “da biscottino con grappa” che culminò con la fatidica frase che mi aprì le porte della perdizione… “ma la vuoi vedere? È qui sotto, in garage”…
Non ricordo bene cosa avvenne quella sera.
Sarà stato un goccio di grappa di troppo, sarà stata la voglia di farmi bello con i genitori di lei, sarà stata la sgassata traditrice che quel disgraziato sparò nel garage facendomi tremare le sinapsi neuroniche, ricordo soltanto che la mattina dopo mi ritrovai dal notaio per firmare il passaggio di proprietà di quella Honda CB400N… e sorridevo senza alcun ritegno, privo della capacità di controllare la muscolatura facciale… felice…
Da quello strano giorno non ho vissuto un solo attimo della mia vita senza avere una moto intorno, e dopo oltre venti anni di emozioni belle e brutte, di eventi che conservo nel più intimo angolo della mia mente, di volti amichevoli e di grandi risate, insomma una vita divenuta migliore grazie alla moto, provo ancora quel lascivo piacere nel carezzare il serbatoio o dare pacche sulla sella al mattino prima di uscire dal garage, e sussurrare “ciao, bella… fammi sognare anche oggi”…
Ed ogni volta mi torna in mente il famoso canticchiare onirico di Gene Wilder in “Frankenstein Jr”…. “Il destino è quel che è, non c’è scampo più per me, il destino è quel che è, non c’è scampo più per me”…