Pioveva, ed eravamo lungo l’autostrada…
Non ho mai apprezzato la pioggia quando sono in giro con la moto.
Toglie buona parte del divertimento e ti pone in una situazione di sudditanza verso le autovetture che non ho mai accettato, la qual cosa mi fa riflettere due volte ogni volta che devo uscire con la pioggia già in corso.
Dall’altro lato, c’è qualcosa di insanamente mistico nel girare in moto con la pioggia.
Non mi riferisco allo scroscio estivo, fastidioso ed inutilmente violento che ti massacra le braccia ed il viso… ma alla pioggia costante, battente, che trasforma il paesaggio in qualcosa di grigio, umido e poco consono alle nostre belle latitudini.
Tempo fa un mio buon amico che adesso non c’è più mi diceva, caricandosi di aria solenne, che dalle sue parti c’era un vecchio detto popolare che lui sintetizzava con “conosci una persona solo dopo che ci hai mangiato insieme almeno sette volte” o giù di lì, ed applicava disinvoltamente lo stesso concetto anche ai suoi compagni di viaggio.
Diceva che i motociclisti si riconoscono quando piove, e non sotto il sole… ed anche allora, pur accompagnandolo sotto le intemperie, chiedevo a me stesso chi dei due fosse più folle, e la risposta ovviamente era “io”.
Però c’era un fascino incredibile nel girare lungo certe strade montane, nel primo pomeriggio, quando c’è quella luce che nasce dal confronto tra il sole alto e le nuvole, e le strade sono deserte a tal punto che ti sembra di essere l’ultimo uomo sulla terra… sì, probabilmente questa era la sensazione che piaceva tanto al mio amico… il trionfo dell’individualismo assoluto, il sentirsi come la buzzatiana sentinella silente del Deserto dei Tartari, o meglio come uno di quei primi folli pre-Dakariani che si infilavano in mezzo al deserto del Gobi con una moto stracarica di acqua e benzina, rischiando la collottola per dimostrare a sé stessi non di riuscire a farlo, ma semplicemente di avere il fegato di provarci.
La stessa sensazione che, nel nostro piccolo, provavamo quando riscendevamo lungo l’Autostrada Adriatica e ci fermavamo all’altezza di Cattolica prima di fare l’ultimo salto iperluce per rientrare in Abruzzo… nulla di mistico nè di alienante, semplicemente la soddisfazione di viaggiare ad un metro e mezzo di distanza, e spiarci che sghignazzavamo a vicenda sotto i caschi.
L’antitesi della saggezza, ed ovviamente in linea con il concetto del girare in moto in condizioni proibitive… Certo, avevamo un bel vantaggio, con lui che viaggiava sul suo “paparone”, come lo chiamava, un vecchio Goldwing totalmente consumato dal sole e dalle intemperie che, pelle a parte, aveva superato da un pezzo i 200000 km senza problemi a parte una decina di paraoli della forcella, ed io che giravo con il mio secondo FJ con parabrezza alto e kit valige… in pratica, una volta presa la “crociera” ( i soliti 120-130 all’ora…) non ci arrivava più un goccio d’acqua, e quel disgraziato per rincarare la dose metteva a palla lo stereo del Goldie con le musiche di Wagner.
Ricordo come se fosse adesso quale emozione mi incuteva sentire quel dannato stereo del Goldie intonare l’ouverture del Parsifal o il TannHauser durante un temporale… di certo, anche il mio buon Compare si sentiva a cavallo di un destriero d’Acciaio, con la spada al fianco mentre galoppavamo verso casa, incuranti di un maltempo che sembrava impegnarsi a vibrare il suo maglio più duro.
Quanto tempo è passato… il mio buon amico, il compare, è passato oltre il Grande Confine ed il Grande Freddo è giunto fin sulla sua armatura.
Anche il suo Goldie è morto, inutilmente e volgarmente rottamato da un figlio bolso che non merita di aver avuto per padre un uomo di così grande animo, non avendone riconosciuto il rigore morale e le alte aspirazioni.
Forse, la pioggia quando si va in moto serve proprio a quello… a ricordarci che in fondo “Panta Rei”… tutto scorre dilavato via dal tempo, gentile ma irriguardoso di tutto ciò che riguarda l’umano animo.