V for… Vuoi davvero questo?
…Emblematico.
Lo stavo rivedendo qualche sera fa in compagnia di mia moglie sul beneamato full-hd domestico, ed esattamente come la prima volta in cui assistei alla sua proiezione in una sala cinematografica semideserta ho dedicato più tempo a metabolizzare le immagini ed i concetti che a gustarmi lo spettacolo.
E’ davvero così facile fare la rivoluzione? E’ davvero una cosa tanto immediata nella sua semplicità da non doversi interrogare su cosa ricostruire dopo aver distrutto il continuum delle rassicuranti abitudini che costituiscono le sbarre più solide della nostra quotidiana prigione sociale?
Chiaramente no… la bellezza assoluta di un pensiero che brucia il mondo nel suo fuoco purificatore viene relativizzata, ridimensionata o peggio estinta nel semplice passaggio attraverso la mente umana, ed è pertanto insensato aspettarsi che un evento di totale ribellione, prima individuale e poi sociale, possa avvenire senza compromessi o mediazioni.
Emblematico, sì… il volto di un uomo il cui ricordo è simbolo di ludibrio ed il cui simulacro ancora oggi viene impiccato e bruciato in numerosi paesi del Commonwealth, viene improvvisamente eretto a simbolo di un concetto che più di ogni altro non necessita di simboli.
E’ davvero soggetto ad uno strano contrappasso, il volto di Guy Fawkes. Un terrorista, un uomo la cui prospettiva ci è stata semplicisticamente trasmessa come la folle volontà di eliminare un establishment governativo eliminando il suo stesso simbolo, la Camera dei Lords, ma anche un uomo la cui immagine riesumata e riletta in chiave postatomica diviene una icona del dolore necessario, della forza maggiore, del chiodo che scaccia chiodo, dell’azione seguita dalla reazione.
Un feticcio mediatico, generato da tutti quei rapidi e straordinari cambiamenti emozionali che il linguaggio del merchandising ha dovuto rapidamente imparare a padroneggiare e gestire, dopo averlo preliminarmente infuso nei media e nell’immaginario popolare fino a farlo divenire una immagine archetipica, sovrapponibile a quelle di personaggi che nel loro piccolo o grande epos hanno lasciato dietro di se molto più di un messaggio o una morale, ma una immagine.
UNA ICONA.
Il messaggio è orridamente semplice: il protagonista indossa la maschera sorridente che lo priva dell’individualità perchè la società possa togliersi la propria maschera collettiva e riguadagnare l’individualità (libertà) perduta. La sublimazione della vendetta, massimo atto di soddisfazione dell’ego che porta ogni eroe catartico ad immolare sè stesso, trasformata in qualcosa di più nobile ma egualmente spietato. Lo stesso pathos che è nel ciclo epico della Volsunga Germanica, in cui ogni evento o ciclo di eventi necessita dell’obolo di sangue dell’officiante la vendetta stessa perchè il male di cui essa è conseguenza possa arrestarsi, in una ineluttabilità che non conosce incertezze. La Vendetta ha adesso un volto, e questo volto sorride sempre… affabile e statico come l’asciutto ghigno di un teschio.
Un teschio di porcellana finissima e di kevlar dai cui lievi lineamenti fuoriescono parole che cambiano il mondo e tutti coloro che lo popolano, che stupra la calma mediatica con un messaggio dirompente: ”Ogni governo dovrebbero temere il giudizio del proprio popolo”.
Così come Neo, l’Eletto in Matrix (stessa regia, i Wachowski) o come Rorschach in Watchmen (stesso autore, Alan Moore) che adempiono alla loro funzione scegliendo di immolare sè stessi, parallelamente il personaggio di V adempie al medesimo ineluttabile destino:
Portare la distruzione affinchè la ricostruzione possa avere luogo, immolando sè stesso non come atto sacrificale ma per necessità logica, essendo V stesso generato da quell’establishment corrotto che deve essere necessariamente distrutto integralmente.
Come molte icone, anche V non sfugge al destino di divenire esso stesso un messaggio, avulso dal messaggio originale.
V è fondamentalmente Quasimodo, una scultura erotica spezzata che redime l’orrore che la permea attraverso quell’amore inespresso e inattuabile che lo stesso Mishima esprimeva nei suoi scritti dell’età matura. La disperazione insita in questo amore tragico, che reclama la morte e l’annichilazione come unica soluzione, porta V a concepire e procreare sè stesso, idealmente partorendo Evey attraverso il suo stesso dolore e nutrendola con le stesse lacrime che la sua maschera impenetrabile non può ormai più lasciare uscire.
La potenza mistica della scena in cui, dopo un anno di terrore e torture attuati da V stesso per forgiarne la volontà, Evey viene portata sul tetto così che essa possa affermare la sua definitiva vittoria sulla Paura urlando la sua rabbia assoluta contro il Mondo, rappresenta la definitiva consacrazione monastica di V, che vedendo il suo testimone saldamente passato nelle mani di Evey può attuare l’ultima parte del suo piano libero da ogni timore, finalmente libero di immolare sè stesso perseguendo il suo obiettivo.
Neo e Rorschach insegnano.
E’ un film epico ed al contempo claustrofobico, in cui l’Eroe scava come Edmond Dantes per guadagnare non la libertà per sè, che sa essergli preclusa, ma l’accesso mediatico che farà sì che altri possano togliersi la maschera e riguadagnare una libertà che ormai esiste solo come vocabolo, sterile ed inespressivo. Il feticismo diffuso, utilizzato in questa pellicola per evidenziare il pensiero decadente ed i suoi effetti sulla società, raggiunge il suo acme nel badge dei Castigatori, ossessivamente rappresentato su ogni superficie collettiva contestualmente all’insultuoso motto simil-religioso “Forza attraverso l’unità, unità attraverso la fede”. Edmond Dantes scava, e scava nelle menti e nei cuori degli spettatori, appare sullo schermo dell’anima e con la forza di un logo disegnato col sangue, e parla con parole che non ammettono replica ma solo rassegnata accettazione. Un altro attimo di benefica violenza, lo stupro rituale che risveglia lo spettatore la cui mente si è addormentata. L’eroe parla e reclama la giustizia suprema, attuata attraverso la rabbia quale strumento di rivolta contro un mondo che si fa difficoltà addirittura a definire orwelliano… lo spot pubblicitario del tuo digestivo preferito, ricontestualizzato e risemantizzato per renderlo agente patogeno, virus informatico, cattivo pensiero, ed altri mille veicoli utili a perseguire lo scopo finale.
Vendetta. Libertà. Per sempre.
La domanda da porsi, dopo aver visto scorrere i titoli finali di questo, come anche di altri films sul medesimo tema, è:
Come è possibile che una società civile giunga a costringere i suoi figli a compiere atti di sopraffazione estrema al solo scopo di continuare a sentirsi individui degni di tal nome?
Davvero questo è l’unico scenario che può essere posto dinanzi agli occhi di noi spettatori, così terribile da farci sentire addirittura colpevoli di essere soltanto tali?
La risposta, come sempre, esiste solo dentro di noi, in quel recesso neurale all’interno della nostra scatola cranica preposto ad essere la sede dell’individualità… ammesso che sia possibile riuscire a mediare tra le esigenze dell’individuo e quelle della società, ovviamente.