Work in progress II – Diamoci dentro!

lecter …Perchè porsi un limite?

In fondo, se è vero che l’appetito vien mangiando allora è anche vero che una volta montato il primo accessorio non si smette più di desiderarne di nuovi, più belli e satisfatori della nostra immaginifica sfera moto-erotica.

Non pago del parabrezza Dart nè tanto meno sazio dei mirifici specchietti bar-end Oberon ho compiuto il passo ed ho cambiato gli ammortizzatori posteriori sostituendo l’obbrobriosa coppia stock con un paio di leggerissimi ed efficientissimi Gazi, e compiaciuto della qualità di guida ottenuta ho ritenuto necessario completare questo settore di operazioni pre-estive con un manubrio atto a magnificarne il piacere di essere in sella.

Il tempo di farmi un giretto sul web, ed ecco occhieggiarmi dal monitor un manubrio atto allo scopo… un “dragbar” da 80 cm da 1″ di diametro,  atto ad essere installato sul mio Speedmaster.

Quando sento di aver trovato ciò che sto cercando difficilmente riprendo le ricerche per cercare qualcosa di migliore o a più buon mercato, questo non per mancanza di rispetto verso il vil metallo ma perchè mi fido molto delle mie sensazioni visto che tante passate esperienze me ne han dato ampio motivo.

Due clic, una transazione via Paypal ed ecco partire il “dragbar” da 80 cm ed uno “scopino” da 60 cm...  due giorni dopo un solerte corriere privato mi consegna questo pacco di inusitate dimensioni:  Sembra uno di quei bustoni sac-boll usati per spedire in busta articoli delicati, ma questo è lungo circa un metro e largo una quarantina di centimetri… lo sguardo a metà tra l’assonnato ed il lascivo del corriere mi rammenta che similari involucri sono utilizzati per le consegne a domicilio effettuate per conto di qualche sexy shop, la qual cosa mi porta a lavorare un pò di fantasia su cosa di sufficientemente cochon possa potenzialmente entrare in siffatto involucro.

Porgo un fazzolettino al corriere e lo saluto con uno sguardo colmo di lussuria poi, una volta soddisfatte le attese del figuro, mi reco in garage con la mercanzia in mano dove la mia amata compagna Clarice approfitta per ricordarmi che prima o poi queste messinscene con i corrieri finiranno per mettermi nei guai…

Bene, vediamo da dove iniziare… punto sulla situazione precedente!

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Questa era la piega del manubrio stock, validissima con la guida “low rider” ma poco piacevole, per non dire affaticante, dopo l’installazione degli ammortizzatori Gazi.   Quale ulteriore controindicazione, mi costringeva a posizionare piuttosto in basso gli specchi Oberon riducendone notevolmente la potenziale copertura ottica.

Intervento rapido… rimuovo tutte le infrastrutture e posiziono su un trolley il blocchetto comandi destro con la pinza freno bloccata in posizione verticale così da evitare il pescaggio di eventuali bolle d’aria da parte del cilindretto frenante, quindi sblocco i risers, mi libero del tubo stock e rimonto lestamente il nuovo tubo.

Nell’occasione vorrei montare lo “scopino” da 60 cm acquistato insieme al “dragbar” da 80 cm ma preferisco un approccio meno estremo per poter meglio valutare le differenze di maneggevolezza, pertanto dopo un rapido confronto “in situ” decido di installare il “dragbar”.

Cautamente, Clarice ed io allineiamo i registri sulla linea di mezzeria dei risers e poi blocchiamo il tubo in posizione di lavoro. Mi piace condividere questi lavoretti con lei, mi esalta e rende possibile unire questi due mondi, la Moto e la Donna, entro i confini del mio Palazzo della Mente. Sto tergiversando, e voi siete impazienti, me ne scuso…

Eccovi il nuovo tubo Highway Hawk in tutto il suo splendore.

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Decisamente più aperto del precedente, posiziona le manopole ad una decina di centimetri di avanzamento pur mantenendo la originale elevazione,  il che mi consente di mantenere in puro assetto “street” gli specchi Oberon pur garantendo loro una apertura visuale assolutamente degna di nota.

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La notevole apertura dei bracci del manubrio, oltre a garantire strumentalmente una migliore manovrabilità al prezzo di qualche cm di ingombro laterale in più, ridimensiona anche la presenza dell’ aggressivo tachimetro rendendolo più organico con le infrastrutture e, last but not least, mi garantisce “spazio sul tubo” sufficiente per l’installazione di qualche stiloso accessorio da manubrio della Touratech, operazione questa precedentemente preclusa a causa di una curvatura abbastanza infelice del tubo stock.

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L’unica autentica variazione degna di nota è l’eliminazione di quelle orribili e dozzinali staffette in metallo nero stampato preposte a sostenere gli indicatori di direzione, a favore di due staffine ben più “discrete”, realizzate nel mio laboratorio in acciaio spazzolato da 3mm di spessore ed adeguatamente dimensionate e lavorate al fine di allineare correttamente i due grossi indicatori di direzione avvicinandoli considerevolmente ai blocchetti dei comandi a manubrio, contribuendo così ad un ulteriore alleggerimento ottico dell’avantreno.

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Una volta rimontati i lunghi contrappesi in alluminio ed eliminate dalle superfici tutte le tracce di lavorazione, l’imponente manubrio assume un look davvero impagabile, e già da fermo l’incremento del braccio di leva rende le manovre di garage estremamente facili.

Ora basta, è ora di collaudare in strada! ;)

La prima impressione, peraltro amplificata dall’innalzamento del retrotreno dovuto ad una ulteriore regolazione dell’interasse degli ammortizzatori Gazi eseguita poco dopo il montaggio del manubrio, è che adesso si possa azzardare qualche piega degna di tal nome… ad occhio e croce, sembra di essere in sella ad una grossa enduro bicilindrica che va condotta in piega più con il manubrio che con il corpo, e difatti questo sembra essere l’approccio più pagante in termini di divertimento di guida.

Lo spostamento del peso verso l’avantreno è decisamente rilevabile… dove precedentemente era necessaria una lieve correzione di traiettoria per chiudere la curva adesso è possibile preimpostare la stessa con una notevole sicurezza percepita, con la solida complicità dei Gazi a sostenerne la percorrenza.

Curve, “esse” e tornanti sono macinati con una naturalezza disarmante e più se ne percorrono, più vorresti trovarne davanti a te…  adesso sì che questa moto merita il nome “Speedmaster” che campeggia orgoglioso sul fianchetto appena al di sopra del piccolo Union Jack,  unico puntino colorato in bianco-rosso-blu che staglia sulla nera ombra che ricopre ogni superficie di questa moto.

A posteriori concludo che avrei dovuto fare molto prima questo piccolo intervento… resto sempre sorpreso di come piccoli cambiamenti comportino così grandi variazioni delle nostre percezioni di ciò che ci dà piacere.

Bene, il tempo è tiranno… vi consiglio l’acquisto e vi saluto…

Attendo un amico per cena… ;)

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