Puro gusto… ;)
… già!
La scorsa domenica avevo voglia di stancarmi un pò.
Non avrei avuto tempo per concedermi un lussurioso giretto all’interno dell’Umbria pertanto ho valutato come temporalmente fattibile un girettino sulla Maielletta nonostante il meteo fosse alquanto strano, per quel che possa significare la parola “strano” nel contesto di una estate costruita più sul clima marzolino che su quello giuliano.
Non vi nascondo che avevo un certa voglia di tornar lassù… l’ultima volta ci andai con il frizzante GSR600 e nonostante la strada non fosse granchè mi divertii proprio come un pazzo, con tutti quei tornanti.
Sapevo che con la mia attuale moto sarebbe stato decisamente diverso, con quasi un quintale ed un palmo abbondante di interasse in più, pertanto la cosa mi intrigava parecchio.
Avendo apportato alcune sensibili varianti alla ciclistica (Ammortizzatori Gazi ed un manubrio più dritto) ero alquanto curioso di sperimentare queste varianti in un ambiente notoriamente ostico alla ciclistica dello Speedmaster, ed è con un certo interesse che ho evitato di prendere la normale, ampia strada che porta da Brecciarola a Manoppello a favore della vecchia, angusta stradina che da Brecciarola sale verso la zona di Serramonacesca e Roccamontepiano.
A posteriori devo dire che mai scelta fu più oculata…
Vista l’ora mattutina ma non troppo e la giornata domenicale mi sarei aspettato di incontrare un certo traffico di auto e moto, ed invece… praticamente nulla.
Gli unici compagni di viaggio sono stati i numerosi ciclisti che sfidavano le temperature e le aspre pendenze di quelle stradine vecchie come i monti che le ospitano, con l’unica fugace eccezione di un giovanotto su una vecchia Monster 900 che, zainetto in spalla, andava anch’egli a consumare la sua colazione a Passo Lanciano.
Un rapido saluto, ed eccolo svanire dietro un tornante.
Torno a scambiare quattro occasionali chiacchiere con i sempre più radi gruppi di ciclisti mentre i chilometri passano sotto le ruote… lo Speedmaster macina senza incertezze i tornanti e quasi mi sembra di essere seduto su di una macchina decisamente più snella, tant’è che posso ridurre la concentrazione sulla guida in sè e concentrarmi su quelle che sono le più alte essenze di questo genere di giretto.
Alberi, clivi, paesini che sembrano presi da un presepe di qualche anno fa, e cartelli stradali vecchio stile che si accompagnano a distributori di carburante che ostentano nomi di compagnie che da decenni non sono più presenti sul suolo nazionale.
L’interno dell’Abruzzo è anche questo… Trenta km in linea d’aria possono riportare indietro di trent’anni chiunque desideri ritrovare sensazioni ed emozioni di quando si era ragazzini e si viaggiava seduti dietro, nella 500 di papà che canticchiava allegra al ritmo dei suoi due cilindri raffreddati ad aria.
Aria, proprio come il motore che adesso mi spinge lungo il fitto viale alberato che da Pretoro mi porta su, verso Passo Lanciano.
Aria, fredda come una lama, che ti dice “benvenuto nel mondo rude dei monti” e ti risveglia i sensi permettendoti di apprezzare il lampo del sole che si riflette sulla calandra cromata del serbatoio.
Uno scoiattolo, su un ramo prossimo alla strada, si affaccia e mi guarda passare. La sua pelliccia è ancora folta… Luglio è tale solo giù al mare, evidentemente.
Gli scoloriti cartelli delle indicazioni mi avvisano dell’avvicinarsi di Passo Lanciano, ma è una segnalazione inutile… l’aroma di un pezzo di carne che sfrigola sulla brace da campo mi invade le narici molto prima che le avanguardie delle vetture di turisti domenicali appaiano sui bordi della carreggiata.
M’è venuta fame, rallento per dare un’occhiata alle decine di motociclette parcheggiate al bordo del curvone che è il cuore di questa località sciistica e non appena trovo un buchetto parcheggio lì lo Speedmaster.
La prima buona notizia è che all’andatura modesta che ho tenuto non c’è stato un solo insetto che non si sia scostato per lasciarmi passare, la seconda è che orologio alla mano in fondo l’andatura modesta non è stata così tanto modesta.
E’ ancora presto, lascio lo Speedy a rinfrescarsi un pò e mi avvicino al bar… c’è il ragazzo con il Monster che si concede un attimo di relax con un panino ed una coca nelle mani, mentre altri avventori si scambiano sberleffi sulle reciproche scarse attitudini alla guida sportiva.
Mi scappa un sorriso… anni fa anch’io facevo lo stesso, e non credevo ci fosse altro modo per godersi una motocicletta.
Mi avvicino al banco, ed il solito omaccione di sempre mi guarda col suo sguardo di sempre e senza profferire parola mi poggia sul banco una tazza di caffè così bollente che quasi mi spella il palato.
Come ogni volta che vengo quassù.
Forse quest’uomo ricorda tutti i volti che son passati di quì anno dopo anno, o semplicemente ti guarda in faccia e capisce all’istante cosa vuoi bere o mangiare prima ancora che tu apra bocca.
Mi piace pensare alla prima possibilità come alla più probabile.
Finisco il caffè, pago e riprendo il casco dallo scaffale dove ormai ci son più caschi che bottiglie dietro il banco.
Fuori l’aria è fredda… arrivare al BlockHaus richiederà senza dubbio qualche brivido.
infilo la chiave nel blocchetto di accensione e salgo in sella… fredda, anche se la moto è parcheggiata al cocente sole di luglio.
Un filo di gas, bottoncino premuto ed il bicilindrico riprende a vivere.
Mi guardo intorno prima di partire… la piazzola adesso è ricolma di moto di ogni tipo, alcune delle quali stanno facendo manovra per sistemarsi tutte insieme di fronte al localino.
Magari vorranno fare delle foto di gruppo… metto la prima, lascio la frizione e riparto.
Nell’occasione mi lascio andare un pò anch’io, tiro la prima e la seconda per pulire le canne ed il rombo allegro del motore Triumph fa girare qualche avventore mentre mi allontano rapidamente lungo la strada alberata.

I pioppi di mussoliniana memoria, piantati durante il ventennio per consolidare i fianchi erti della montagna e consentire la realizzazione di una strada stabile e sicura oggi dispensano ombra e refrigerio al viandante o al ciclista che affronta questi pendii, ma in questo mattino sembrano quasi minacciosi e chini sull’asfalto, come se volessero dispensare ombre malevole e tenere ben freddo l’asfalto.
Piede leggero sul freno quindi, ed occhio ben aperto e mirato ad ogni inscurimento della sede stradale… la temperatura sta scendendo rapidamente e le gomme potrebbero non gradire molto questo cambiamento termico.
Minuti lunghi, durante i quali porto letteralmente la “moto in spalla” per tenere tutto sotto controllo in caso di reazioni anomale o perdite di aderenza, minuti in cui puoi soltanto rabbrividire e sperare che la volta arborea si apra anche per un attimo, così da rubare un filo di sole caldo, poi all’improvviso gli alberi sono alle spalle ed il sole inizia a riscaldare le membra irrigidite.
La strada si asciuga, i pneumatici iniziano lentamente a ridarmi fiducia e grip… gli spazi di manovra più ampi e la totale assenza di veicoli mi stimolano a lasciare un pò di briglia allo Speedmaster… niente male, saranno poco più di sessanta cavalli ma si sentono tutti quando si tratta di chiudere un tornante pelando il gas per poi riaprire bruscamente lanciandosi verso il successivo… i nuovi ammortizzatori lavorano bene, la gommona posteriore rimane ben appiccicata al suolo e non ci sono scossoni che possano disturbare o rendere imprecisa la guida.
Mi concentro così tanto sul piacere di guida che nemmeno mi avvedo di essere arrivato di fronte a Mamma Rosa.
L’ultima volta che venni quì era inverno, e fu una gran brutta sorpresa scoprire che quel freddissimo giorno il locale faceva chiusura settimanale e che anche la baita degli Alpini sul BlockHaus era chiusa per un improvviso lutto del gestore… adesso è tutta altra storia, c’è un bel sole ed anche se fa freddo il motore mi dimostra tutto il suo buon umore alla faccia degli oltre 2000 metri di altezza e dell’aria rarefatta.

Mi fermo a fare qualche scatto con la Canon, alcuni ciclisti mettono il rapporto corto ed arrancano verso la cima con lo sguardo stoico di chi non si aspetta più nulla se non la fatica, mentre altri scendono a valle a velocità di affondata proibitive riempiendo l’aria del rumore dei raggi che la tagliano.
Il rumoroso gruppo di motociclisti incontrati al locale di Passo Lanciano transita preannunciato dallo sferragliare delle frizioni dei motori Ducati… evidentemente il freddo ha prostrato un pò anche loro, visto che sono ben pochi coloro che proseguono la salita senza concedersi una sosta.
Mi incammino anch’io.
Il motore Triumph sembra non soffrire particolarmente l’altezza… il mio vecchio FJ a carburatori perdeva almeno una ventina di cavalli a queste altitudini, ed il GSR si difendeva appena meglio solo grazie all’avanzatissimo impianto di iniezione.
Miracoli della corsa lunga, e del fatto di non aver poi così tanti cavalli da perdere… stavolta “less is better”!

Non c’è volta in cui non debba lamentarmi per le precarie condizioni del manto stradale… d’accordo che è appena passato quì il Giro d’Italia e si vede qualche chiazza di asfalto fresco ancora infiorata di scritte di incitamento per i ciclisti, d’accordissimo che c’è un inquietante cartello che avvisa senza giri di parole della “strada pericolosa”, ma lasciare per intere stagioni dei macigni caduti sulla sede stradale mi sembra davvero poco opportuno!
Vabbè, dai… basta fare attenzione.
Gli ultimi tornanti sembrano quasi raddrizzarsi da soli, tanta è la voglia di scendere dalla sella e respirare un pò di aria pulita, ma ecco la sorpresa… un banco di nuvole radenti!
Ci finisco in mezzo, e mi sembra di essermi infilato in una brughiera del Nord… la temperatura è freddissima, e la visibilità crolla a tal punto che faccio le ultime centinaia di metri a passo d’uomo.
Vedo davanti a me i fanali di stop delle moto che mi precedono con estrema cautela, e la cosa mi rincuora perchè almeno so di non essere il solo a tenere così tanto alla pellaccia!
Finalmente giungiamo a destino…il clima improvvido ha dissuaso molti ad inerpicarsi fin quassù, e le poche moto presenti offrono l’occasione per un reciproco cenno di assenso, o di consolazione.
La prossima volta dovrò ricordarmi di portar quassù un bel thermos pieno di caffè bollente… avrebbe avuto vita brevissima, visti gli sguardi intristiti dal freddo inaspettato.

Parcheggio lo Speedy, e zaino in spalla inizio a camminare lungo il percorso oltre il limite di circolazione stradale… l’aria è buona, umida ma pulita ed il fresco sulla pelle quando passa una nuvola portata dal vento battente che risale il clivio è decisamente corroborante.
E’ un piacevole contrasto… l’aria è fredda, ma il sole che fa capolino è rovente e genera una bella reazione adrenalinica.

Faccio un paio di km a piedi per riossigenarmi e scattare qualche foto oltre le nubi, poi torno indietro verso la moto… Sono rimasto solo quassù, a parte un verde fuoristrada della Guardia Forestale fermatosi dinnanzi al locale degli Alpini per prendere qualche corroboro, presumibilmente ad alto tasso alcolico, al baretto.

Il clima è divenuto quasi minaccioso, la coltre di nubi sembra non volersi più allontanare e così, a malincuore, rimetto i miei giocattoli nello zainetto e rimonto in sella.

Intorno a me è’ tutto grigio e la strada ritorna confusa, ma dopo pochi minuti il cielo si apre ed un bel solicello mi scalda piacevolmente le gambe… dò gas e macino con aggressività i tornanti che mi separano da Mamma Rosa, perchè ho bisogno di un caffè.
Mi concedo una bella tazza fumante e mi dò una bella rinfrescata, poi un pezzo di sfilatino con dentro un pò di mortadellona profumata ripristina rapidamente le mie funzionalità biologiche.
Esco all’aperto per consumare lo sfilatino e mi siedo vicino alla moto… così vicino all’asfalto la temperatura è decisamente più agevole, ed i ciclisti rinvigoriti da una breve sosta hanno cominciato ad organizzarsi a poca distanza da me, prima di dare l’assalto finale alla montagna.
Un paio di grosse enduro stradali parcheggiano di fronte al locale, e la coppia che smonta da una di esse sembra non aver fatto che litigare, visti gli improperi che si scambiano con veemenza tale da far voltare tutti i presenti… accortisi della gaffe, i due passionari si schioccano un bacio succoso e mano nella mano si infilano nel locale a degustar dolcezze… A volte la moto divide, altre volte unisce.
Bene, questo sfilatino probabilmente mi ha salvato la vita, per quant’era gustoso… scrollo le briciole dalla giubba e poi via, riprendiamo la strada per casina.
Grazie al nuovo assetto macino i tornanti senza pensarci troppo, ed il motore ripulito a dovere dai chilometri mi ripaga con una spinta veemente che proietta in avanti lo Speedmaster.
Scendendo verso valle la temperatura sale considerevolmente, le gomme sembrano letteralmente fondersi con l’asfalto e la sensazione di grip data dalle Metzeler sembra davvero infinita, altro che le Bridgestone BT-014 del GSR 600!

Diavolo di una moto… meno male che è un custom, spero davvero che non mi passi per la mente di rimettere l’assetto originario perchè sarebbe davvero uno choc tanto sembra a suo agio sul misto!
Raggiungo la strada principale dopo alcuni chilometri, e le curve ed i tornanti lasciano progressivamente spazio ad un lungo rettilineo dove, limiti di velocità a parte, nulla sembra turbare il procedere deciso della moto.
Nessuno però vieta, dove possibile, di gustarsi attimi di spinta travolgente che necessiterebbero solo di un “audio” appena più forte da parte degli scarichi, ma alla fin fine va benissimo anche così.
Accosto in una area di sosta, tiro fuori il “ragno” dallo zaino e sistemo la giubba nella rinsacca tra la sella e la targa agganciandola sui ganci di acciaio fissati al parafango posteriore.
Bentornato nel mese di luglio…
Finisce nel caldo parossistico di una lunga superstrada che mi riporta a casa questo raccontino fatto di sensazioni su strada, di umido e di ciclisti… unico rimpianto, il non aver avuto più tempo.

La strada tra Amatrice e le Marmore dev’essere proprio bella…
Poi magari da lì plano in Toscana e vò a trovà ‘ì mmiei compàri!