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…Vado avanti o dietro?…

Posted in Storie dell'Asfalto on 1 Dicembre 2009 by Saponetto

chimp …non in quel senso, diavolo!

Mi riferivo alla usuale posizione in formazione, in gruppo o in stormo, come volete chiamarla… insomma, vi piace stare davanti al gruppo o godervi il serpentone dalle retrovie?

Personalmente non c’è una costante… dipende dal gruppo, da che strada si fa e soprattutto da quanta voglia di “azzannare” la strada ci si ritrova.  E’ un pò come stamattina:  viste le precarie condizioni meteo abbiamo organizzato un girettino breve-breve nell’entroterra teramano, comunque non oltre il centinaio di km da casa.  La strada è arcinota, l’asfalto è ottimo e c’è sempre una visibilità eccellente… condizioni ottimali anche per chi volesse azzardare un pò di guida “pepatella”.

Con questi percorsi si contentano un pò tutti… dritti, misti e tornanti a profusione così da soddisfare sia il “piegatore” che il “panoramista” a caccia di foto, ma anche per far sì che ci si alterni con una certa frequenza a far da battistrada.

Inutile a dirsi, con il mio motone da sessanta cavalli non posso sperare di tenere il passo di certi sinistri figuri armati di cacciatorpedinieri giapponesi o italiane che anelano solo di piallare i piolini delle pedane sugli ampi e solluccherosi tornanti delle strade che usualmente facciamo, pertanto mi metto comodo e mi godo il serpentone godendomi l’impagabile piacere di poter scambiare quattro chiacchiere (o quattro grida, dipende da quanto sono aperti gli scarichi delle moto…) con i mie vicini di asfalto.

Retrovie, ovviamente finchè non ci si accorge che gli apripista cominciano a soccombere alle richieste di soccorso dei loro lombi o dei polsi doloranti fino a rallentare vistosamente, ed a quel punto trotterellando allegramente noialtri delle retrovie ci si piazza con estrema nonchalance nelle prime posizioni, con le nostre dentiere sghignazzanti ben in vista riflesse negli specchietti retrovisori!

;)   ;)   ;)

Ironia a parte, è tutto dipendente dalla compagnìa… se ci sono sia smanettoni che tranquilli una certa stratificazione è assolutamente fisiologica soprattutto se il numero di moto è congruo, se invece si è pochini il più delle volte si cerca comunque di “far pacco”, come si dice, ovvero di viaggiare vicini al fine di potersi scambiare cenni ed occhiate o, quanto meno, di rimanere entro il raggio dei comunicatori bluetooth.

Per me comunque il “fare pacco” è assolutamente irrinunciabile se voglio davvero divertirmi… essere immerso nel rombo e nell’odore di olio caldo di diverse moto è qualcosa di difficilmente descrivibile, è un mix di vibrazioni, suono, caldo ed aromi diversi che unito al feedback che ricevo dalla mia moto diviene una sorta di sfera omnipercettiva, una specie di superorganismo che si muove in branco guidato da una coscienza collettiva alimentata a benzina super…

Quel che comunque va sempre rispettato è l’arbitrio dei singoli… se c’è chi ha un bisogno viscerale di correre è naturale che vada avanti, basta che una volta sfogato riduca l’andatura e si ricongiunga con il gruppo, quel che conta è che non si corra mai il rischio di lasciare dietro qualcuno.

Ricordo che su questo argomento ho spesso avuto di che dibattere con diversi motociclisti, ed in alcune occasioni il dibattito ha anche preso una piega più decisa, visto che per me è inconcepibile lasciarsi a distanza un componente del gruppo, quale che sia la sua andatura.

In queste circostanze rallento decisamente ed attendo che il ritardatario riappaia nei miei specchietti retrovisori, e non mi interessano i commenti o peggio gli sfottò di quelli che si trincerano dietro un infantile e demenziale modus operandi che avalla l’abbandonare al proprio destino un compagno di strada che potrebbe trovarsi indifficoltà, per qualsivoglia motivo.

Bravi, oltre che idioti anche veggenti!

Sì, veggenti, visto che sono certi che se uno si perde per strada sicuramente si sarà fermato a cambiar l’acqua al canarino, a raccogliere papaveri oppure a scambiar chiacchiere con qualche pastore di stanza… lungi da loro il pensare che magari il ritardatario è incappato in un “lungo”, oppure ha avuto qualche brutto incontro con qualche ubriaco in SUV oppure ha avuto più semplicemente una colica renale… no, quelle cose mica succedono a loro… :(

Puro Gusto II…

Posted in Storie dell'Asfalto on 15 Agosto 2009 by Saponetto

FotoFrittick … ok, non è Capo Nord e nemmeno i Castelli della Loira…

…Ma come dico io, basta mettere assieme qualche amico ed anche la strada più noiosa diventa all’istante fonte di divertimento e sollazzo!

La mia nota refrattarietà ai motogiri organizzati ed alle grandi kermesse dei vari motoclub fa sì che sempre più spesso io mi accompagni a gruppetti di pochissimi bikers con tanta voglia di stare per strada senza dover pensare al bilancio sociale o a fregnacce immani del tipo “colore delle magliette sociali” o “che ci mettiamo sulle patch”!..

No, preferisco di gran lunga il classico giretto senza programma, quello che “ci si incontra la mattina alla solita piazzetta”, si guarda la cartina e si parte… Bene, stavolta la freccetta lanciata sulla cartina è andata a finire sul Lago di Bomba.

E’ un giretto breve, poco più di 150 km tra andata e ritorno, più i vari “tappini” e digressioni locali tra caffè, panino e sollazzi vari… il percorso merita però attenzione visto che le ultime decine di km di tragitto sono a dir poco tortuose e le strade sono un esempio parlante di una gestione delle superfici asfaltate  risalente ad inizio dello scorso secolo.

Va detto ad onor di vero che seppur abbastanza dissestato, lo stato complessivo degli asfalti è messo molto meglio di altre strade di grande percorrenza nella medesima zona, pertanto credetemi sulla parole se vi dico che chi si contenta gode!

Non so se per voi è lo stesso, ma il momento della partenza dopo essersi riuniti nel posto prefissato è per me sempre una specie di atto mistico, quasi cavalleresco… si sale in sella, ci si calza il casco in testa ognuno con la sua specifica tecnica e gestualità, si infilano con circospezione i guanti facendo sempre attenzione che non disturbino i movimenti facendo flessioni e simulazioni sulle leve di freno e frizione, alla fine un breve sguardo di assenso collettivo da dietro gli occhiali e finalmente si accendono i motori.

Muoversi in gruppo è sempre qualcosa di entusiasmante, a condizione che ci sia una certa sintonia di vedute e di intenti tra i partecipanti… in questo caso direi che il gruppetto è piuttosto ben rodato, e che per confermare la tradizione, “tre è il numero perfetto”.

E’ ancora presto, passiamo speditamente lungo la Nazionale Sud verso Ortona e, nonostante la presenza di un venticello alquanto fresco per la stagione, le spiagge appaiono già totalmente occupate da ombrelloni e sdraio, tanto che dobbiamo ridurre la velocità considerevolmente a causa della riduzione delle corsie dovuta all’ enorme numero di veicoli parcheggiati sui lati delle strade.

Una volta liberatici da questa stringente morsa, la strada si riapre e ci lascia liberi di goderci quel che di meglio un bel giretto in moto riserva a chi sa apprezzare questi piaceri: Il vento sul volto, gli abiti che scrollano sulle braccia e sul petto e l’impagabile sensazione di libertà che mi fa sempre canticchiare tra me e me  “Born to be Wild” degli Steppenwolf.

Lasciata la Nazionale Adriatica Sud poco dopo Fossacesia puntiamo decisamente verso l’interno e, complice la totale assenza di traffico, diamo un pò di briglia ai nostri cavallini… senza eccedere e senza incorrere nei numerosi autovelox dissimulati un pò ovunque lungo quell’ampio tratto stradale,  ma in ogni caso più che a sufficienza per divertirsi e far rombare un pò con allegria i nostri scarichi.

E’ un bel sound, quello di tre moto che viaggiano a pochi metri di distanza quasi al medesimo numero di giri… c’è una sorta di pulsazione dovuta al battimento acustico di frequenze basse e molto simili tra loro che, a volte, mi ricorda il possente suono di un organo da chiesa e mi dà una carica di adrenalina che usualmente impiego diverse ore per smaltire, ed il cui più immediato effetto è l’acuire la mia percezione dell’essere lì, su strada, in quel momento con alcuni amici, perfettamente in formazione e tutti con un sorriso a trentadue denti sotto le bandane o le visiere dei caschi.

Riduciamo l’andatura e ci prepariamo all’ultimo tratto, quello “divertente”…  lasciamo la superstrada per concederci un pò di curve e di tornanti nella zona compresa tra Roccascalegna e Gessopalena per poi planare, lentamente, verso Bomba.

Passando per la strada “vecchia”, oltre alle inevitabili scissure sull’asfalto che son sempre foriere di scossoni e di pesanti incertezze nella frenata nonchè nell’impostazione delle curve, in qualsiasi stagione è molto facile trovare grossi quantitativi di brecciolino strategicamente sistemati esattamente a metà curva, tanto per evitare che noialtri si possa perdere la concentrazione sulla guida.

Scendiamo rapidamente curva dopo curva finchè, lontano, ci appare il Lago… Impossibile resistere ad uno scatto fotografico, vista la circostanza e viste le numerose “strizze” che ci siam presi lungo i tornanti da poco passati a causa di alcuni troppo intraprendenti motociclisti che pensavano evidentemente di emulare Rossi, Stoner and Co…

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Percorriamo a piccola andatura i rimamenti chilometri e raggiungiamo la prima delle numerose aree di stazionamento predisposte lungo il perimetro del Lago… inutile dire che è una ghiotta occasione per immortalare i nostri mezzi con uno sfondo naturale degno di nota…

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… pertanto nemmeno io mi sottraggo a cotanto dovere civico, vista la splendida modella che mi trovo a dover fotografare, e mi concedo qualche scattino artistico! ;)

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Arrivati all’ingresso dell’alveo lacustre scopriamo che tutto è rimasto esattamente come lo avevano lasciato alcuni mesi fa, alla conclusione dei Giochi del Mediterraneo… addirittura lasciando in bella mostra le boe di corsia sulla superficie lacustre ed il podio con tanto di cartelli degli sponsor, che con ogni probabilità nessuno toglierà da lì per diverso tempo, per non dire mai più.

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Riprendiamo le nostre moto e seguiamo il perimetro del lago fino a raggiungere una nota oasi di sollazzo e refrigerio che è il fiore all’occhiello della zona… una organizzatissima ed accogliente struttura in cui si può fare praticamente di tutto, dallo swimming in piscina al surfboarding sul lago, godendosi l’abbondante esposizione solare o ristorandosi all’interno del tipico localino intorno a cui ruota la vita sociale del luogo… posso raccomandare il caffè a tutti gli avventori, essendo davvero saporito ed assolutamente senza necessità di dover far ricorso a zucchero o affini.

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Il tempo tecnico di mitragliare di scatti il circondario, fumarsi una sigarettina per chi ha ancora questo costoso viziaccio, scambiare quattro chiacchiere in santa pace e mettersi anche un pò di crema solare in testa ( indovinate chi? ) ed eccoci pronti per la rituale fotina di gruppo…  :D

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Bene, riprendiamo i nostri caschi ed il resto dell’attrezzatura… vista l’incipiente temperatura anch’io, noto freddoloso, soccombo al caldo e sistemo la giubba Dainese ben piegata sul codino dello Speedmaster e fissata ai ganci d’acciaio con il mio beneamato ragnaccio azzurro. Me lo porto attraverso tre motociclette, e per quanto è uscito bene ogni volta mi complimento per la longevità.

Raggiungiamo uno spiazzo degno di accogliere le nostre cavalcature e sfoghiamo i nostri bassi istinti fotografici osando l’impossibile nel tentativo di raccogliere luci e riflessi sulle cromature… ;)

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…io le mie belle soddisfazioni me le prendo, come vedete…

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… ed anche i miei compagni di viaggio hanno il loro bravo daffare nel tirar fuori i migliori scatti per i loro archivi personali! Sì, una certa eterogeneità di moto è divertente perchè alla fine ognuno di noi ha la sua “guida” personalizzata, ed in base ad essa si “cuce” la moto addosso.

Inutile dirvi che cinque minuti dopo questi ultimi scatti, i cellulari hanno iniziato a suonare furiosamente per reclamare le nostre presenze nelle rispettive magioni, pertanto il giretto al Lago di Bomba è praticamente finito quì… un rapido raggiungere il più vicino casello autostradale, prendere il ticket di ingresso e poi via, a visiera abbassata per pelare i 130 orari di codice e tornare a casa prima possibile.

Anche questa piatta striscia di asfalto, comunque, mi ha riservato una piccola sorpresa… non credevo che lo Speedmaster risultasse tanto versato nella marcia autostradale.

Temevo che a quell’andatura le vibrazioni mi avrebbero sbriciolato polsi e braccia, invece grazie al nuovo manubrio e ad un più attento posizionamento delle leve di comando non ho avvertito alcun disagio tanto che, arrivati all’uscita di Pescara Ovest, ho quasi provato dispiacere per dover smettere di sentire il motore miagolare in quel moto così mellifluo;)

Bilancio: Positivo, anche se con il senno di poi avremmo potuto sfruttar meglio il tempo a disposizione.

Bah, no problem… ci rifaremo la prossima volta, da qualche altra parte! ;)

Puro gusto… ;)

Posted in Storie dell'Asfalto on 15 Luglio 2009 by Saponetto

chimp … già!

La scorsa domenica avevo voglia di stancarmi un pò.
Non avrei avuto tempo per concedermi un lussurioso giretto all’interno dell’Umbria pertanto ho valutato come temporalmente fattibile un girettino sulla Maielletta nonostante il meteo fosse alquanto strano, per quel che possa significare la parola “strano” nel contesto di una estate costruita più sul clima marzolino che su quello giuliano.

Non vi nascondo che avevo un certa voglia di tornar lassù…  l’ultima volta ci andai con il frizzante GSR600 e nonostante la strada non fosse granchè mi divertii proprio come un pazzo, con tutti quei tornanti.
Sapevo che con la mia attuale moto sarebbe stato decisamente diverso, con quasi un quintale ed un palmo abbondante di interasse in più, pertanto la cosa mi intrigava parecchio.

Avendo apportato alcune sensibili varianti alla ciclistica (Ammortizzatori Gazi ed un manubrio più dritto) ero alquanto curioso di sperimentare queste varianti in un ambiente notoriamente ostico alla ciclistica dello Speedmaster, ed è con un certo interesse che ho evitato di prendere la normale, ampia strada che porta da Brecciarola a Manoppello a favore della vecchia, angusta stradina che da Brecciarola sale verso la zona di Serramonacesca e Roccamontepiano.

A posteriori devo dire che mai scelta fu più oculata…

Vista l’ora mattutina ma non troppo e la giornata domenicale mi sarei aspettato di incontrare un certo traffico di auto e moto, ed invece… praticamente nulla.
Gli unici compagni di viaggio sono stati i numerosi ciclisti che sfidavano le temperature e le aspre pendenze di quelle stradine vecchie come i monti che le ospitano, con l’unica fugace eccezione di un giovanotto su una vecchia Monster 900 che, zainetto in spalla, andava anch’egli a consumare la sua colazione a Passo Lanciano.
Un rapido saluto, ed eccolo svanire dietro un tornante.

Torno a scambiare quattro occasionali chiacchiere con i sempre più radi gruppi di ciclisti mentre i chilometri passano sotto le ruote… lo Speedmaster macina senza incertezze i tornanti e quasi mi sembra di essere seduto su di una macchina decisamente più snella, tant’è che posso ridurre la concentrazione sulla guida in sè e concentrarmi su quelle che sono le più alte essenze di questo genere di giretto.

Alberi, clivi, paesini che sembrano presi da un presepe di qualche anno fa, e cartelli stradali vecchio stile che si accompagnano a distributori di carburante che ostentano nomi di compagnie che da decenni non sono più presenti sul suolo nazionale.
L’interno dell’Abruzzo è anche questo… Trenta km in linea d’aria possono riportare indietro di trent’anni chiunque desideri ritrovare sensazioni ed emozioni di quando si era ragazzini e si viaggiava seduti dietro, nella 500 di papà che canticchiava allegra al ritmo dei suoi due cilindri raffreddati ad aria.

Aria, proprio come il motore che adesso mi spinge lungo il fitto viale alberato che da Pretoro mi porta su, verso Passo Lanciano.
Aria, fredda come una lama, che ti dice “benvenuto nel mondo rude dei monti” e ti risveglia i sensi permettendoti di apprezzare il lampo del sole che si riflette sulla calandra cromata del serbatoio.
Uno scoiattolo, su un ramo prossimo alla strada, si affaccia e mi guarda passare. La sua pelliccia è ancora folta… Luglio è tale solo giù al mare, evidentemente.

Gli scoloriti cartelli delle indicazioni mi avvisano dell’avvicinarsi di Passo Lanciano, ma è una segnalazione inutile… l’aroma di un pezzo di carne che sfrigola sulla brace da campo mi invade le narici molto prima che le avanguardie delle vetture di turisti domenicali appaiano sui bordi della carreggiata.
M’è venuta fame, rallento per dare un’occhiata alle decine di motociclette parcheggiate al bordo del curvone che è il cuore di questa località sciistica e non appena trovo un buchetto parcheggio lì lo Speedmaster.

La prima buona notizia è che all’andatura modesta che ho tenuto non c’è stato un solo insetto che non si sia scostato per lasciarmi passare, la seconda è che orologio alla mano in fondo l’andatura modesta non è stata così tanto modesta.
E’ ancora presto, lascio lo Speedy a rinfrescarsi un pò e mi avvicino al bar… c’è il ragazzo con il Monster che si concede un attimo di relax con un panino ed una coca nelle mani, mentre altri avventori si scambiano sberleffi sulle reciproche scarse attitudini alla guida sportiva.
Mi scappa un sorriso… anni fa anch’io facevo lo stesso, e non credevo ci fosse altro modo per godersi una motocicletta.

Mi avvicino al banco, ed il solito omaccione di sempre mi guarda col suo sguardo di sempre e senza profferire parola mi poggia sul banco una tazza di caffè così bollente che quasi mi spella il palato.
Come ogni volta che vengo quassù.

Forse quest’uomo ricorda tutti i volti che son passati di quì anno dopo anno, o semplicemente ti guarda in faccia e capisce all’istante cosa vuoi bere o mangiare prima ancora che tu apra bocca.
Mi piace pensare alla prima possibilità come alla più probabile.

Finisco il caffè, pago e riprendo il casco dallo scaffale dove ormai ci son più caschi che bottiglie dietro il banco.
Fuori l’aria è fredda… arrivare al BlockHaus richiederà senza dubbio qualche brivido.
infilo la chiave nel blocchetto di accensione e salgo in sella… fredda, anche se la moto è parcheggiata al cocente sole di luglio.
Un filo di gas, bottoncino premuto ed il bicilindrico riprende a vivere.

Mi guardo intorno prima di partire… la piazzola adesso è ricolma di moto di ogni tipo, alcune delle quali stanno facendo manovra per sistemarsi tutte insieme di fronte al localino.
Magari vorranno fare delle foto di gruppo… metto la prima, lascio la frizione e riparto.
Nell’occasione mi lascio andare un pò anch’io, tiro la prima e la seconda per pulire le canne ed il rombo allegro del motore Triumph fa girare qualche avventore mentre mi allontano rapidamente lungo la strada alberata.

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I pioppi di mussoliniana memoria, piantati durante il ventennio per consolidare i fianchi erti della montagna e consentire la realizzazione di una strada stabile e sicura oggi dispensano ombra e refrigerio al viandante o al ciclista che affronta questi pendii, ma in questo mattino sembrano quasi minacciosi e chini sull’asfalto, come se volessero dispensare ombre malevole e tenere ben freddo l’asfalto.

Piede leggero sul freno quindi, ed occhio ben aperto e mirato ad ogni inscurimento della sede stradale… la temperatura sta scendendo rapidamente e le gomme potrebbero non gradire molto questo cambiamento termico.
Minuti lunghi, durante i quali porto letteralmente la “moto in spalla” per tenere tutto sotto controllo in caso di reazioni anomale o perdite di aderenza, minuti in cui puoi soltanto rabbrividire e sperare che la volta arborea si apra anche per un attimo, così da rubare un filo di sole caldo, poi all’improvviso gli alberi sono alle spalle ed il sole inizia a riscaldare le membra irrigidite.

La strada si asciuga, i pneumatici iniziano lentamente a ridarmi fiducia e grip… gli spazi di manovra più ampi e la totale assenza di veicoli mi stimolano a lasciare un pò di briglia allo Speedmaster… niente male, saranno poco più di sessanta cavalli ma si sentono tutti quando si tratta di chiudere un tornante pelando il gas per poi riaprire bruscamente lanciandosi verso il successivo… i nuovi ammortizzatori lavorano bene, la gommona posteriore rimane ben appiccicata al suolo e non ci sono scossoni che possano disturbare o rendere imprecisa la guida.

Mi concentro così tanto sul piacere di guida che nemmeno mi avvedo di essere arrivato di fronte a Mamma Rosa.
L’ultima volta che venni quì era inverno, e fu una gran brutta sorpresa scoprire che quel freddissimo giorno il locale faceva chiusura settimanale e che anche la baita degli Alpini sul BlockHaus era chiusa per un improvviso lutto del gestore… adesso è tutta altra storia, c’è un bel sole ed anche se fa freddo il motore mi dimostra tutto il suo buon umore alla faccia degli oltre 2000 metri di altezza e dell’aria rarefatta.

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Mi fermo a fare qualche scatto con la Canon, alcuni ciclisti mettono il rapporto corto ed arrancano verso la cima con lo sguardo stoico di chi non si aspetta più nulla se non la fatica, mentre altri scendono a valle a velocità di affondata proibitive riempiendo l’aria del rumore dei raggi che la tagliano.
Il rumoroso gruppo di motociclisti incontrati al locale di Passo Lanciano transita preannunciato dallo sferragliare delle frizioni dei motori Ducati… evidentemente il freddo ha prostrato un pò anche loro, visto che sono ben pochi coloro che proseguono la salita senza concedersi una sosta.

Mi incammino anch’io.
Il motore Triumph sembra non soffrire particolarmente l’altezza… il mio vecchio FJ a carburatori perdeva almeno una ventina di cavalli a queste altitudini, ed il GSR si difendeva appena meglio solo grazie all’avanzatissimo impianto di iniezione.
Miracoli della corsa lunga, e del fatto di non aver poi così tanti cavalli da perdere… stavolta “less is better”! ;)

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Non c’è volta in cui non debba lamentarmi per le precarie condizioni del manto stradale… d’accordo che è appena passato quì il Giro d’Italia e si vede qualche chiazza di asfalto fresco ancora infiorata di scritte di incitamento per i ciclisti, d’accordissimo che c’è un inquietante cartello che avvisa senza giri di parole della “strada pericolosa”, ma lasciare per intere stagioni dei macigni caduti sulla sede stradale mi sembra davvero poco opportuno!
Vabbè, dai… basta fare attenzione.

Gli ultimi tornanti sembrano quasi raddrizzarsi da soli, tanta è la voglia di scendere dalla sella e respirare un pò di aria pulita, ma ecco la sorpresa… un banco di nuvole radenti!
Ci finisco in mezzo, e mi sembra di essermi infilato in una brughiera del Nord… la temperatura è freddissima, e la visibilità crolla a tal punto che faccio le ultime centinaia di metri a passo d’uomo.
Vedo davanti a me i fanali di stop delle moto che mi precedono con estrema cautela, e la cosa mi rincuora perchè almeno so di non essere il solo a tenere così tanto alla pellaccia! ;)

Finalmente giungiamo a destino…il clima improvvido ha dissuaso molti ad inerpicarsi fin quassù, e le poche moto presenti offrono l’occasione per un reciproco cenno di assenso, o di consolazione.
La prossima volta dovrò ricordarmi di portar quassù un bel thermos pieno di caffè bollente… avrebbe avuto vita brevissima, visti gli sguardi intristiti dal freddo inaspettato.

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Parcheggio lo Speedy, e zaino in spalla inizio a camminare lungo il percorso oltre il limite di circolazione stradale… l’aria è buona, umida ma pulita ed il fresco sulla pelle quando passa una nuvola portata dal vento battente che risale il clivio è decisamente corroborante.
E’ un piacevole contrasto… l’aria è fredda, ma il sole che fa capolino è rovente e genera una bella reazione adrenalinica.

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Faccio un paio di km a piedi per riossigenarmi e scattare qualche foto oltre le nubi, poi torno indietro verso la moto… Sono rimasto solo quassù, a parte un verde fuoristrada della Guardia Forestale fermatosi dinnanzi al locale degli Alpini per prendere qualche corroboro, presumibilmente ad alto tasso alcolico, al baretto.

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Il clima è divenuto quasi minaccioso, la coltre di nubi sembra non volersi più allontanare e così, a malincuore, rimetto i miei giocattoli nello zainetto e rimonto in sella.

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Intorno a me è’ tutto grigio e la strada ritorna confusa, ma dopo pochi minuti il cielo si apre ed un bel solicello mi scalda piacevolmente le gambe… dò gas e macino con aggressività i tornanti che mi separano da Mamma Rosa, perchè ho bisogno di un caffè.

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Mi concedo una bella tazza fumante e mi dò una bella rinfrescata, poi un pezzo di sfilatino con dentro un pò di mortadellona profumata ripristina rapidamente le mie funzionalità biologiche.
Esco all’aperto per consumare lo sfilatino e mi siedo vicino alla moto… così vicino all’asfalto la temperatura è decisamente più agevole, ed i ciclisti rinvigoriti da una breve sosta hanno cominciato ad organizzarsi a poca distanza da me, prima di dare l’assalto finale alla montagna.
Un paio di grosse enduro stradali parcheggiano di fronte al locale, e la coppia che smonta da una di esse sembra non aver fatto che litigare, visti gli improperi che si scambiano con veemenza tale da far voltare tutti i presenti… accortisi della gaffe, i due passionari si schioccano un bacio succoso e mano nella mano si infilano nel locale a degustar dolcezze… A volte la moto divide, altre volte unisce.

Bene, questo sfilatino probabilmente mi ha salvato la vita, per quant’era gustoso… scrollo le briciole dalla giubba e poi via, riprendiamo la strada per casina.
Grazie al nuovo assetto macino i tornanti senza pensarci troppo, ed il motore ripulito a dovere dai chilometri mi ripaga con una spinta veemente che proietta in avanti lo Speedmaster.
Scendendo verso valle la temperatura sale considerevolmente, le gomme sembrano letteralmente fondersi con l’asfalto e la sensazione di grip data dalle Metzeler sembra davvero infinita, altro che le Bridgestone BT-014 del GSR 600!

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Diavolo di una moto… meno male che è un custom, spero davvero che non mi passi per la mente di rimettere l’assetto originario perchè sarebbe davvero uno choc tanto sembra a suo agio sul misto!

Raggiungo la strada principale dopo alcuni chilometri, e le curve ed i tornanti lasciano progressivamente spazio ad un lungo rettilineo dove, limiti di velocità a parte, nulla sembra turbare il procedere deciso della moto.
Nessuno però vieta, dove possibile, di gustarsi attimi di spinta travolgente che necessiterebbero solo di un “audio” appena più forte da parte degli scarichi, ma alla fin fine va benissimo anche così.

Accosto in una area di sosta, tiro fuori il “ragno” dallo zaino e sistemo la giubba nella rinsacca tra la sella e la targa agganciandola sui ganci di acciaio fissati al parafango posteriore.

Bentornato nel mese di luglio…

Finisce nel caldo parossistico di una lunga superstrada che mi riporta a casa questo raccontino fatto di sensazioni su strada, di umido e di ciclisti… unico rimpianto, il non aver avuto più tempo.

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La strada tra Amatrice e le Marmore dev’essere proprio bella…
Poi magari da lì plano in Toscana e vò a trovà ‘ì mmiei compàri!
:)

Un sospiro, ed un sorriso. ;)

Posted in Storie dell'Asfalto on 23 Giugno 2009 by Saponetto

Russian Monument002  E’ così ogni sabato mattina.
 
Ti rigiri nel letto, in questi climi teporosi che invitano a trattenersi rubando cinque minuti in più alla sveglia impietosa, magari per sollazzarsi un pò con la tua signora che ti titilla da un paio di ore cercando di risvegliarti dal coma a forza di pizzicotti, ma non c’è niente da fare.

Attività cerebrale azzerata, anche gli ormoni sono impotenti contro questo collasso su larga scala per cui non sembra esserci cura, quando all’improvviso…. “TA-KLANG!”

L’occhio sinistro si apre all’improvviso, litri di adrenalina vengono pompati dalle surrenali lungo i vasi sanguigni ed un filo di sudore ghiacciato rivola lungo la fronte.

Lentamente i neuroni si riaccendono in sequenza per ripristinare la capacità di sintesi, e la memoria a breve termine richiama il suono appena udito… un cavalletto da moto!

La tua signora s’è quasi convinta di essere riuscita nel suo intento, e già pregustando la copula mattutina si avvicina con fare sinuoso quando con abile mossa schivi l’abbranca e salti sul bordo del letto in puro stile Fosbury atterrando vicino alla porta.

Colta di sprovvista la meschina tenta senza successo una presa acrobatica a mezz’aria solo per vederti svanire, piroettando sugli alluci, dietro la porta del bagno… anche stamattina è andata male, maledetta moto!

Riesci da lì dentro lavato, sbarbato, azzimato e profumato oltre il consentito di Tabacco d’Harar (l’unico aroma che a tuo dire resista ad un giro in moto), metti mano alle mutande “comode”, indossi i jeans “tirati”, la rituale t-shirt griffata Triumph e via, a far colazione!

Inutile dire che nel frattempo la tua signora è rimasta a letto e ti guarda inebetita zompettare freneticamente mentre indossi i jeans e ti catapulti lungo la scalinata indossando le scarpe tra un gradino e l’altro, ma la tua attenzione è concentrata su tutt’altro… uno sbuffo, un gesto con la mano inequivocabile che tu con ogni probabilità nemmeno hai visto, e si rituffa sotto le coltri a ronfare, con un sorrisetto di compiacimento frammisto a torpore sensuale.
La prossima volta non sfuggirà… ;)

Un istante di dubbio, un filo di complesso di colpa frammischiato all’incertezza dell’aver udito il suono o averlo solo sognato, il rumore di masticazione del biscottino che ti confonde i sensi, ed ecco il tonfo greve dei cuscinetti a sfere del cancello scorrevole ti dà la conferma… Inizia il rituale giretto in moto del sabato mattina!

Il tempo è prezioso, ripulisci sommariamente la giubba dalle briciole dei biscotti e… cavoli! Chiazzona di marmellata di mirtilli! Meno male che è sulla zona di finitura scura, almeno si vedrà poco…

Apri il basculante, un fiotto di sole penetra all’interno ed il cancello scorrevole si apre soavemente con un ben lubrificato sospiro di piacere.
Oplà, giù il lifter, una bella spinta e lentamente la moto inizia a muoversi lungo il piano inclinato in cotto fiorentino… devi ricordarti di coltivare un pò di più i bicipiti, bello, sennò qualche giorni di questi ti beccherai uno strappo!

Dall’altro lato dello stabile orecchie altrettanto sensibili percepiscono il frinire delle sospensioni della tua moto che si accuccia, mentre il resto del corpo ad esse attaccato si appresta ad avviare il motore in una silente, rituale gara a distanza alla ricerca della toppa del blocchetto di accensione con una chiave che puntualmente sparisce o si infila nel posto meno raggiungibile del garage.

Parallelamente, la gentile consorte del tuo compagno di sella si appresta a far colazione… il pargoletto con l’occhio assonnato le chiede perchè papà li lascia sempre soli sabato mattina e lei, con un sospiro di pathos e di sensualità risponde che queste sono cose da uomini e che tra qualche anno anche lui capirà.

Giù in strada, entrambi contano a distanza i battiti del motore dell’altro per appurare quanto tempo ancora occorra per regolarizzare il regime del minimo, e la attenta disamina di guanti e casco è un prezioso aiuto per trascorrere questi secondi che sembrano non passare mai.

Le moto si muovono e si affiancano, una stretta di mano vigorosa, i pugni che si toccano, uno sguardo di sorridente assenso riluce da sotto le visiere e lentamente entrambi si allontanano lungo la via, anelando chilometri di guida e forti emozioni che sono una moto può garantire loro.

Sui balconi, le due donne si affacciano ed un refolo di aria mattutina le ravviva… si guardano e si salutano, scambiano un gesto che tra loro vale più di mille parole poi entrambe, sognanti, guardano i loro uomini sparire lontano, in fondo alla strada.

Un sospiro, e come ogni volta realizzano che non desidererebbero averne di diversi da loro…

Uomini con lo sguardo di bambino, cavalieri con una rosa in mano, omaccioni che si commuovono davanti ad un film e che si sciolgono quando telefonano alla mammina lontana, che si beano del raggio di sole che si infrange su una cromatura, che arrestano la loro corsa per lasciar strada ad uno scoiattolo lungo una stradina montana e che soffrono se un loro amico si è fatto male, che cercano il loro abbraccio quando tornano a casa e ti inebriano con quell’aroma fatto di aria e di strada.

Un sospiro, ed un sorriso.

Bestia, fa proprio freddo…

Posted in Storie dell'Asfalto on 20 Febbraio 2009 by Saponetto

merlino2 … e non mi è sembrata una grande idea.

Quella di uscire in moto stamattina, intendo… ma visto il pallido sole, vista la strada asciutta e (soprattutto) viste le troppe giornate di astinenza da moto mi è sembrata la cosa più ovvia da fare, e così è stato.  Colto da un eccesso di rispetto per le mie rumorose giunture ho anche atteso che il sole riscaldasse l’aria del mattino ma c’è stato poco da fare… l’indicatore digitale non ha avuto alcuna chance di potersi sollevare dal desolante valore di -1 °C, ed io non potevo attendere ulteriormente: fuseaux tattici, pantalone invernale, stivali a ginocchio ed il consueto giubbone con guanti a tre strati, il tutto condito con un sottocollo in triplo pile… Molto prossimo alla soglia dell’impossibilità a guidare ma assolutamente impenetrabile al rigore invernale.

Bardato più pesantemente di Iron Man, ho tentato senza successo per un paio di volte di portare fuori la moto ed alla fine, non potendo provvedere a spinta a causa di mancanza di mobilità, ho acceso il motore all’interno del garage. Dieci secondi sono un tempo brevissimo,  ma è stato sufficiente a far sì che mia moglie apparisse con lo sguardo acuminato da dietro la porta del garage per chiedermi se fossi uscito del tutto di senno.  Al mio cenno di diniego, gira i tacchi e si dilegua mentre io metto la prima e porto fuori il cavallone… ancora un attimo di pazienza, faccio fluire all’esterno un pò di idrocarburi incombusti e chiudo il garage.

Diavolo, nemmeno trenta secondi dacchè mi sono alzato, e la sella è divenuta semplicemente ghiacciata ed il solo contatto con la sua superficie rievoca in me tremendi ricordi, a metà tra quelli della Titina, la cagnetta del Generale Nobile, e quelli delle lunghe ronde sull’altana, guardando un desolato e ghiacciatissimo campo di Nulla che solo la presenza di qualche animaletto notturno rendeva ancora uno scenario terrestre!

Porcaccio mondo… non ho scuse, sono bardato, pronto alla pugna ma sto morendo letteralmente di freddo! Cosa posso inventarmi, ho già addosso tutto quello che posso indossare senza morirvi sepolto ma ho già i piedi in ipotermia, e NEMMENO SONO PARTITO! Ok, Lorè, facciamo i seri… respira piano, e niente panico: sei appena uscito da una casetta calda calda, fuori per quanto fa freddo non c’è un goccio d’acqua liquido nemmeno ti trovassi su Ganimede o Callisto, sei ancora mezzo intontito da una influenza che ti ha mollato da poco, il motore è ancora freddissimo e gira a stento anch’esso… è perfettamente normale avere qualche brivido, mica significa per forza che stai invecchiando… anzi, significa semplicemente che forse con l’età un minimo di istinto di autoconservazione è finalmente riuscito a germogliare dentro di te!

Ok, forza… in sella, e via! in fondo hai fatto cose molto peggiori fino a poco tempo fa… la frizione lentamente fa presa ed ecco, ecco, inizia a funzionare, la percezione del freddo si attenua ed il motore inizia a rilasciare un piacevole calore sulle tue gambe. Dolcemente, la lancetta dell’odometro si alza e la tua pressione sanguigna è una sola cosa con essa, sincrona.  Ok, Houston, lo stiamo facendo… ci sono -2 °C, la strada è bella asciutta, il vicino si tocca la fronte salutandoti mentre passi, e tu sei in moto. Speriamo di non incrociare Babbo Natale che torna al Polo Nord per la via lunga…

Sembra un momento mistico nella mente di un paziente di un ospedale psichiatrico, invece è una rivincita contro te stesso, il vento e tutti quelli che ti dicono di smetterla di andare in moto in pieno inverno…  non so se ricordi quanta forza hai tratto la prima volta, tanti anni fa, quando prendesti la tua CB400 ed uscisti a metà dicembre, dopo aver appena riattivato l’assicurazione… ti sentivi un dio, l’unico Motociclista degno di tal nome per strada, mentre il resto degli Indegni riposava a casa o girava ( orrore!) in auto! proprio come adesso, vero?

…E No, mia buona e gentile parte schizoide… non ricordo affatto se mi fossi sentito o meno un dio, comunque quel giorno mi divertii parecchio anche senza i tuoi interventi allucinatori, stanne certa! Ah, qualora fossi intenzionata a farmi rivivere quell’esperienza ADESSO, dopo oltre vent’anni, beh… lasciati dire che non serve tutto quest’impegno… sarò anche mezzo morto di freddo e quasi non riesco a tirare la leva della frizione per i dolori alle mani, ma mi sto divertendo come se non di più di quanto mi riuscì durante quella giornata!

Piuttosto, visto che sei quì a ciondolare, renditi un pò utile… lo vedi quel bar laggù? dai, fatti una corsetta così ti scaldi, e va a prendermi un bel tè bollente.  Non voglio scendere dalla sella,  fa così freddo adesso che di sicuro non riuscirei a sedermici di nuovo.  …ok, grazie…

Adesso basta follie, però:  sarò ancora bello, bravo e figo nonchè  l’unico motociclista (folle) in giro lungo questa strada invernale, ma adesso sta anche nevicando e sinceramente sembra un pò troppo anche a me…  sù, un pò di autoconservazione ogni tanto non guasta!

Torna a casa, dai…  Fai il bravo.  ;)

I Fuochi dell’Anima

Posted in Storie dell'Asfalto on 10 Giugno 2008 by Saponetto

Mmmm… altro che metà di giugno, fa quasi freddo…

Anche l’acqua della doccia stamattina era ben poco amichevole e sembrava quasi far fatica a scorrermi addosso… e’ anche vero che mi asciugo sempre molto approssimativamente e con troppa fretta, un grave errore che con questi climi improvvidi trasforma l’uscita dal bagno in un autentico trauma… a confronto, i brividi sembrano quasi una benedizione, visto l’impegno con cui combattono il freddo che mi attanaglia.

Silenziosamente mi vesto e scendo per far colazione… anche la macchinetta del caffè sembra opporre resistenza passiva alla levataccia e simulando uno sforzo immane mi elargisce, goccia dopo goccia, l’elisir che riavvia il mio motore, ancora ben imballato quasi al pari dei miei occhi…
A tentoni, schivando i portavasi raggiungo ed apro una finestra e l’aria fresca della notte che volge al termine mi riempie i polmoni… cavolo che freddo, quasi quasi ci ripenso e lascio perdere questo giretto all’alba!… Ma dai, che dico… mi sono alzato presto apposta, così non troverò nessuno per strada e potrò godermi le curve planando in santa pace…Il caffè doppio ed un paio di biscottini dolci fanno il loro benefico effetto… lentamente l’iniezione di zuccheri nel flusso sanguigno mi rianima e trovo finalmente la forza per allungare la mano e prendere dall’armadio casco e guanti.
Indosso cerimoniosamente il giubbotto di cuoio, infilo al collo il tascapane con un paio di merendine, metto sottobraccio casco e guanti e muovendomi nel massimo silenzio mi avvio verso il garage… Devo far davvero piano, mia moglie dorme ancora e non voglio svegliarla… Solo il Cielo sa quanto lei abbia bisogno di riposo in questi giorni.
Eccomi in garage, finalmente… sblocco la sicura del cavalletto da officina e lascio discendere il mio Vampirone verso terra, dolcemente… Con un sensuale squittio i pneumatici si schiacciano al suolo sotto il peso di quasi due quintali e mezzo di solida ferraglia, mentre le sospensioni raggiungono il loro normale assetto.
Estraggo il lungo cavalletto laterale e sistemo la moto in attesa… apro il portone del garage ed un fiotto di aria gelida invade il locale… è proprio buio.

Devo ammetterlo, ho un concetto del divertimento abbastanza strano, però se non trovassi qualche forma di piacere nel farlo non mi ritroverei così spesso a fare il “giretto dell’alba”.
Piedi ben piantati, trattengo il fiato per un istante ed impugno il manubrio… l’altra mano posta sulla sella, una breve rincorsa e via, supero a motore spento la breve rampa in cotto che mi immette sull’asfalto della stradina.
Tira anche un po’ di vento gelido, per completare il quadro… giro la chiave ed il quadro prende vita.
Un sibilo e subito dopo la pompa del carburante si fa silente aspettando che il tasto di start venga premuto. Una tacca d’aria, tiro la frizione e clic, uno schiocco ed il motorino di avviamento prende brutalmente a calci i due pistoni dormienti, l’albero motore compie un mezzo giro ed ecco che la voce dei due lunghi scarichi cromati, sommessamente, si manifesta.
Non ho mai apprezzato chi gira con gli scarichi aperti… il rumore eccessivo e gratuito mi ha sempre trasmesso un messaggio del genere “ehi, vi prego guardatemi”, oppure “vorrei ma non posso”, entrambi esternanti un malcurato senso di inferiorità, per l’occasione sublimato in forma sonora.
Pochi secondi ed il minimo si regolarizza, tolgo la tacca d’aria e contando mentalmente i tonfi sordi che avvengono ritmicamente alle mie spalle torno verso il garage per indossare casco e guanti.

Chiudo a chiave tutto, inspiro ancora una volta a fondo l’aria fredda e con un’aria quasi rassegnata salgo in sella… c’è sempre in me una strana dicotomia comportamentale, quando faccio di queste cose.
Una parte mi prende a calci ogni sera per provocarmi e spingermi a far cose strane, mentre l’altra sembra quasi subire passivamente o masochisticamente le intemperanze della prima, accontentandosi di riuscire a disegnarmi sul volto un leggero broncio di insoddisfazione… in ogni caso mi piace e mi rigenera scoprire ogni volta che i calci sono molto più forti del broncio!

Tiro su il cavalletto laterale e con uno schiocco metallico innesto la prima… diavolo, forse mi conveniva proseguire a spinta ancora per qualche metro… a momenti l’innesto del cambio è più rumoroso degli scarichi!
Rilascio dolcemente la frizione, con un leggero fremito i dischi condotti della frizione iniziano a ricevere coppia e con soave dolcezza la moto inizia a muoversi.
Il motore gira rigorosamente al minimo per non far più rumore di quello strettamente necessario.
Metro dopo metro, tenendo idealmente una mano sugli scarichi per silenziarli ancora un pò raggiungo la distanza di sicurezza da casa e mi tranquillizzo… inserisco la seconda e con un filo di gas percorro il breve tratto che mi porta sulla strada principale.

Non c’è nessuno in giro, si sentono solo i ritmici singulti metallici del solito autocarro della nettezza urbana che carica i rifiuti, ed una solitaria cagna randagia che con rammarico vede andar via con esso la sua colazione.
Non so perché da molto tempo non riesco più a provare per un essere umano la stessa compassione che ancora provo per un animale in difficoltà… per queste cose preferisco mille e mille volte obbedire alla mia vocina interiore che molto spesso mi ha indicato non la via migliore ma sicuramente la più giusta.
La strada è in leggera discesa, spengo il motore e per abbrivio, silenzioso come un fantasma, raggiungo la cagna… si arresta ad una distanza di sicurezza e mi guarda sospettosa, apro la fibbia in cuoio del tascapane e tiro fuori un paio di merendine.
La giornata che inizierà a breve sarà molto lunga e credo che un po’ di calorie serviranno molto più a lei che a me.
Libero il cibo dall’involucro e lo poggio al suolo… la cagna osserva le mie mosse e forse pensa che in fondo qualche strana forma di divinità tutelare deve esistere anche per i randagi come lei.
Le avvicino ancora un pò le due merendine finchè, esitando, si avvicina e le raccoglie.
Ci guardiamo ancora per un attimo poi, senza accendere il motore, rilascio i freni ed il Vampirone scivola via nuovamente, silente, lungo la discesa.
La cagna mi guarda allontanarmi e divenir sempre più piccolo fino a svanire come un puntino nel buio, poi ingoia le merendine… chissà se spera che la sua giornata continui almeno per un pochino così come è iniziata.

Lo so, ho ben stampata sul volto la solita espressione di odio viscerale per il mondo, per me stesso e per tutta la mia razza e non mi serve certo guardarmi negli specchietti per accorgermene… spero solo che mi passi subito, o quanto meno che questo pathos non duri troppo a lungo… Mi fermo all’incrocio in fondo alla strada e riaccendo il motore.
Non c’è proprio nessuno in giro, lontano lungo la strada c’è ancora un filo di foschia ed il cielo mostra appena i segni dell’alba imminente… le strade sono così silenti che mi sento quasi sacrilego nel violare questa quiete, poi riparto.

Innesto la seconda non appena possibile e lascio che i chilogrammetri del motore facciano il loro lavoro, spingendo in avanti con fermezza il peso del Vampirone senza cadere nel vaniloquio cacofonico di un numero di giri inutilmente alto e comunque inadatto allo stile del mezzo in cui mi riconosco e che, generosamente, mi regala quel dolce vibrar che apprezzo sentire sulle pedane e sul manubrio…
Il potente faro Lucas buca l’oscurità con il suo largo fascio, le marce entrano una dietro l’altra senza esitazione, quasi sensualmente, mentre l’aria umida penetra in profondità i miei polmoni e l’anima mondando entrambi dall’ossido impietoso della vita e lucidandoli con il miglior polish che io conosca…
L’alba si annuncia imperiosa, qualche balugine già accende di luce vermiglia le nuvole in quota e tutto assume una colorazione particolare.
Si approssima il momento del Sogno, quell’attimo fatato ed al contempo terribile in cui tutte le Anime che si preparano a svegliarsi nel rispettivo corpo terreno abbandonano la loro ultraterrena casa notturna portando con se un Sogno, un piccolo corroborante onirico per poter meglio affrontare la giornata.

Mentre le Anime si preparano alla sveglia imminente, transito su una lunghissima Strada che mi porta lontano dal mondo e dalle sue inibizioni… in lontananza vedo il Sacro Fuoco che sale dal mare e già inizia ad incendiare il cielo mentre corro incontro ad esso alla velocità della luce.

Questo è il Sogno, il momento magico che conferma alla mia Anima di essere viva e vitale… al primo raggio incidente il Vampirone si trasforma in un leggendario dragone dalle scaglie lucenti, la luce orgogliosa si infrange e si moltiplica in mille schegge sulle sue cromature mentre la mia mano destra richiede imperiosamente piena potenza al vecchio bicilindrico britannico che risponde urlando orgoglioso il suo canto metallico…
L’aria s’incendia insieme al mio cuore, e nulla adesso ha più importanza. Il rombo che mi avvolge è la miglior colonna sonora che io possa desiderare per accompagnare questo spettacolo mistico… il Fuoco Iniziatico del Sole Nascente apre le sue ampie braccia e mi chiama, mi invita a divenir parte di esso, laggiù in fondo alla strada, oltre l’Infinito.
Gli occhi bloccati sul Fuoco Eterno, l’animo proteso ad esso, il tempo si ferma ed i battiti del cuore procedono all’unisono con le pulsazioni del vecchio, immortale motore… non percepisco più la velocità, potrei essere fermo oppure esser già passato nella prossima dimensione in un tripudio di luce, sinceramente poco importa… è l’attimo dilatato, il fuoco che passando attraverso gli occhi ti incendia la mente, il cuore che batte pilotato direttamente dalla farfalla del motore… questo è ciò che cerco, l’appagamento mistico dell’essere Uno sul mio cavallo d’acciaio che mi propelle oltre il limite della mia capacità di percezione.
L’Universo si riduce a null’altro che luce e colori ed il tempo cessa di avere un significato coerente…
La Luce cancella i contorni e la sostanza delle cose, dissolvendole nel suo abbacinante abbraccio… l’ultima cosa che percepisco è l’immagine delle mie braccia che si allungano sempre più, oltre l’Orizzonte degli Eventi, oltre l’Infinito.

Il tempo è fermo, l’atarassia è l’unica realtà possibile.
Ho raggiunto l’anelato piacere, la mia anima è monda ed il Sogno Iniziatico è ormai indelebilmente fissato nella mia mente.
Posso lasciare che il tempo ricominci a scorrere… mi ritrovo a trotterellare con calma, il Vampirone viaggia con tale souplesse che sembra quasi non toccare l’asfalto.
In prossimità dell’incrocio che mi riporterà verso casa vedo nuovamente la solitaria Randagia che si crogiola in un raggio del sole che ormai si alza dietro la collina.
Mi vede e scodinzola, sembra quasi sorridere e la luce del sole radente riflessa nei suoi occhi è un frammento di quello stesso Fuoco che ho visto e respirato e di cui mi sono nutrito a sazietà poco prima, quando ero ancora proiettato oltre il tempo e lo spazio.
Lentamente mi affianco a lei, e spengo il motore.
Si avvicina, le do una pacca sul dorso e, colmo di una pace che rasenta l’amore, le carezzo la testa.

“Se sapessi cosa ho visto, cosa ho provato e cosa sono diventato, anche se solo per un attimo, vecchia mia…” le dico sottovoce sperando inconsciamente che possa in qualche modo comprendermi… inaspettatamente alza la testa, mi fissa negli occhi e mi dice “Ah,ah… veramente lo so benissimo, vecchio mio!” ed inizia a ridere a crepapelle.
Non ho neanche il tempo di riflettere, un battito di ciglio, un lampo quasi non percepito dall’occhio e le mie mani carezzano soltanto l’aria… Solo il rombo di un tuono lontano a ricordarmi che sono nuovamente nella mia realtà.
la Randagia è svanita nel nulla, rapita da quel raggio di un Sole rovente che ormai scalda solo il cuoio della mia giubba.

Già, dovevo immaginarlo… Eidos, il mio démone preferito.
Era una delle tante illusioni che, amorevolmente, prepara per tener viva la mia anima inquieta.
Nonostante tutte queste primavere sulle spalle, ogni qual volta esco in moto a quest’ora magica del mattino non riesco a non tornare bambino e sempre lascio che Eidos e sua sorella Fantasia mi prendano per mano e mi conducano sulla loro incredibile, meravigliosa Strada.

Porto la mano al tascapane, distrattamente.
Niente… è vuoto.
La realtà, come al solito, va accettata anche se sembra assolutamente irreale.

In fondo, nessuno può dire quale delle tante possibili sia davvero la tua realtà…

Pioveva, ed eravamo lungo l’autostrada…

Posted in Storie dell'Asfalto on 29 Aprile 2008 by Saponetto

Non ho mai apprezzato la pioggia quando sono in giro con la moto.

Toglie buona parte del divertimento e ti pone in una situazione di sudditanza verso le autovetture che non ho mai accettato, la qual cosa mi fa riflettere due volte ogni volta che devo uscire con la pioggia già in corso.

Dall’altro lato, c’è qualcosa di insanamente mistico nel girare in moto con la pioggia.

Non mi riferisco allo scroscio estivo, fastidioso ed inutilmente violento che ti massacra le braccia ed il viso… ma alla pioggia costante, battente, che trasforma il paesaggio in qualcosa di grigio, umido e poco consono alle nostre belle latitudini.

Tempo fa un mio buon amico che adesso non c’è più mi diceva, caricandosi di aria solenne, che dalle sue parti c’era un vecchio detto popolare che lui sintetizzava con “conosci una persona solo dopo che ci hai mangiato insieme almeno sette volte” o giù di lì, ed applicava disinvoltamente lo stesso concetto anche ai suoi compagni di viaggio.

Diceva che i motociclisti si riconoscono quando piove, e non sotto il sole… ed anche allora, pur accompagnandolo sotto le intemperie, chiedevo a me stesso chi dei due fosse più folle, e la risposta ovviamente era “io”.

Però c’era un fascino incredibile nel girare lungo certe strade montane, nel primo pomeriggio, quando c’è quella luce che nasce dal confronto tra il sole alto e le nuvole, e le strade sono deserte a tal punto che ti sembra di essere l’ultimo uomo sulla terra… sì, probabilmente questa era la sensazione che piaceva tanto al mio amico… il trionfo dell’individualismo assoluto, il sentirsi come la buzzatiana sentinella silente del Deserto dei Tartari, o meglio come uno di quei primi folli pre-Dakariani che si infilavano in mezzo al deserto del Gobi con una moto stracarica di acqua e benzina, rischiando la collottola per dimostrare a sé stessi non di riuscire a farlo, ma semplicemente di avere il fegato di provarci.

La stessa sensazione che, nel nostro piccolo, provavamo quando  riscendevamo lungo l’Autostrada Adriatica e ci fermavamo all’altezza di Cattolica prima di fare l’ultimo salto iperluce per rientrare  in Abruzzo… nulla di mistico nè di  alienante, semplicemente la soddisfazione di viaggiare ad un metro e mezzo di distanza, e spiarci che sghignazzavamo a vicenda sotto i caschi.

L’antitesi della saggezza, ed ovviamente in linea con il concetto del girare in moto in condizioni proibitive… Certo, avevamo un bel vantaggio, con lui che viaggiava sul suo “paparone”, come lo chiamava, un vecchio Goldwing totalmente consumato dal sole e dalle intemperie che, pelle a parte, aveva superato da un pezzo i 200000 km senza problemi a parte una decina di paraoli della forcella, ed io che giravo con il mio secondo FJ con parabrezza alto e kit valige… in pratica, una volta presa la “crociera” ( i soliti 120-130 all’ora…) non ci arrivava più un goccio d’acqua, e quel disgraziato per rincarare la dose metteva a palla lo stereo del Goldie con le musiche di Wagner.

Ricordo come se fosse adesso quale emozione mi incuteva sentire quel dannato stereo del Goldie intonare l’ouverture del Parsifal o il TannHauser durante un temporale… di certo, anche il mio buon Compare si sentiva a cavallo di un destriero d’Acciaio, con la spada al fianco mentre galoppavamo verso casa, incuranti di un maltempo che sembrava impegnarsi a vibrare il suo maglio più duro.

Quanto tempo è passato… il mio buon amico, il compare, è passato oltre il Grande Confine ed il Grande Freddo è giunto fin sulla  sua armatura.

Anche il suo Goldie è morto, inutilmente e volgarmente rottamato da un figlio bolso che non merita di aver avuto per padre un uomo di così grande animo, non avendone riconosciuto il rigore morale e le alte aspirazioni.

Forse, la pioggia quando si va in moto serve proprio a quello… a ricordarci che in fondo “Panta Rei”… tutto scorre dilavato via dal tempo, gentile ma irriguardoso di tutto ciò che riguarda l’umano animo.

Mi raccomando, un giretto tranquillo, eh?

Posted in Storie dell'Asfalto on 30 Marzo 2008 by Saponetto

gsr.jpg …Già, proprio tranquillo…

Inizia sempre con la solita raccomandazione: “allora, mi raccomando che non siamo in pista… Si va belli tranquilli, d’accordo?”

Il guru del gruppo procede a mò di battistrada con il suo boxerone ad andatura “schnell”, e gli altri in sciame ai suoi fianchi, come uno squadrone di cavalleria che segue compatto la bandiera del reparto.
Il motore ronza sornione, la strada scivola dolcemente e le traiettorie delle moto si incrociano sensualmente in una mistica danza tribale… tutto perfetto, tutto elegante finchè….

Appare lo sborone!

Si preannuncia sempre con un rombo temibile… spesso è un avventore che transita abitualmente sempre sulla stessa strada tenendo una media oraria criminale, e l’effetto è paragonabile al primo colpo sul tavolo da biliardo…

Mentre l’avventore si allontana rapidamente lisciando le sue saponette sull’asfalto di una curva al limite dell’impossibile, poco più dietro tutti si ricompongono guardandosi in cagnesco, si girano o sbirciano nervosamente nei retrovisori e scalano almeno un paio di marce, pronti alla pugna…

Tutto può essere perduto… adesso solo un miracolo può evitare che questo tranquillo giretto collinare si trasformi nella finale del campionato superbike, se almeno per un minuto si evitasse qualche altro incontro del genere…

“BRRRROOOOARRRRRRRR”…..

E’ la fine.

Il Ducatone che insegue l’avventore passa come un nembo attraverso le compagini, ormai in pieno fermento.

Dalle retrovie del gruppo due Guzzoni già partono all’inseguimento mentre i “frullini” a tre e quattro cilindri delle prime fila già portano i loro contagiri a regimi stratosferici per potersi lanciare anch’essi all’inseguimento…

Il primo rettilineo finisce ed il caos da staccata già si impadronisce delle prime fila… non sono cavalli da bagarre, e l’adrenalina del momento non è sufficiente ad evitare che l’apparire di una vettura sopraggiungente sull’altra corsia porti il panico negli animi degli staccanti… appaiono repentinamente tra le dita rosari, immaginette di Padre Pio ed acquasantiere con aspersorio automatico, e per conseguente benefico intervento divino la prima curva si risolve con qualche contatto, molto malumore, tanta paura e nessun inconveniente…

Il Ducatone è lontano, ed ormai la diatriba è cosa interna al gruppo… sorpassi e controsorpassi si succedono senza sosta e le distanze di sicurezza sono solo un patetico ricordo… ogni curva diviene un appuntamento col destino e la “spallata alla Kocinski” al più vicino avventore diviene un obbligo morale.
I due Guzzoni devono mollare la corda, le R1 si infilano ma eccedono la piega allargando la traiettoria mentre una Kawasaki si pianta a mezza curva scodando di retrotreno per eccesso di potenza, ma ecco che la Suzuki sembra aver la meglio in uscita, almeno fino al ritorno prepotente dei due Guzzoni che staccano di diversi metri la concorrenza.

Una calca così fitta che sembra di vedere la leonardesca ammucchiata di carne e metallo della Battaglia di Anghiari… poi, improvvisamente, un attacco contemporaneo di sanità mentale riporta la calma, le visiere si alzano ed i tassi di adrenalina precipitano verso lo zero, così come anche le lancette dei contagiri.
La calma faticosamente riguadagnata deve essere consolidata… inizia la ricerca spasmodica del primo locale, bar, pizzeria, caffetteria o quel che è, basta che si scenda dalla sella e si rallentino i battiti cardiaci, almeno per qualche minuto!

Inutile dire che è un falso rimedio… non se si pasteggia a dolcetti e caffè “Paranoid”, il più caffeinico di tutti, rigorosamente degustato in tazzine rosso fuoco e senza zucchero… i più viziosi incrementano il proprio tasso caffeinico ingerendo diversi “Pocket Coffee”, un alimento che ormai da decenni è universalmente riconosciuto come al limite del doping.

Allora, siamo tutti a posto, belli tranquilli e rifocillati… possiamo ripartire?

Eh, come no… basterebbe un’occhiata distratta alle pupille dilatate ed alle arterie del collo gonfie per far rapidamente desistere da ogni intento di giretto tranquillo, ma come sempre accade in queste circostanze lo spirito di corpo sopravanza di gran misura la ragione.

I tremiti nervosi al polso destro ed un ossessivo tic ai muscoli oculari sono gli unici segnali premonitori delle precarie condizioni di sanità mentale di chi si appresta alla seconda manche… oh, scusate, al secondo tratto di questo tranquillo motogiro tra amici.
Si riparte, pur con qualche incertezza dovuta ad un effetto on-off che mal si combina con i tremiti di cui sopra ingenerando un’andatura zoppicante… ed ovviamente la migliore cura per questo genere di problemuccio è dare gas, sconsideratamente, immotivatamente, assurdamente e pericolosamente!

Ti saluto, capomuta con boxer e palafrenieri a seguito… “chi sta sotto i 10000 giri non è degno di stare in sella”, urlacchiano sotto le visiere mentre le medie si innalzano ben oltre quanto l’istinto di sopravvivenza suggerirebbe.

Ormai il gruppo è diviso… “frullini” e manubri bassi sono ormai ingarellati nel tentativo di consumare i litri di caffeina che navigano all’interno delle arterie, e precedono di alcune centinaia di metri il resto dei viaggianti che si disperano del fatto di dover raccogliere ancora una volta pezzi di carena e piloti fracassati a fine giornata…
Inutile proseguire, la storia è sempre la stessa ogni volta che si organizza il “giretto tranquillo”, perché in realtà l’unico giretto tranquillo puoi farlo solo con te stesso…

Cosa dire se non che ingarellarsi è uno spasso, ma farlo su strada è solo una affermazione di imbecillità?

Nulla di più.

Certo, se ci fosse qualche circuito in più e se i costi per un paio di turni non fossero così proibitivi, magari tutti i sedicenti “veloci” e non solo loro, se la godrebbero davvero alla grande… ed io non dovrei correre sempre il rischio di sentirmi appollaiare un tizio in tuta di pelle dietro la nuca… :)

Cosa resta di un viaggio…

Posted in Storie dell'Asfalto on 28 Ottobre 2007 by Saponetto

cat2.jpg  Live to ride, ride to live…

Non è mica necessario andare in giro in Harley per recepire e far proprio questo messaggio di libertà e di affermazione dell’individuo…

Personalmente trovo la pace interiore quando giro in moto ad andatura “cruise” lungo le strade dell’interno d’Abruzzo, in certe mattine di autunno come queste, quando il freddo dei sottoboschi ti fa amare visceralmente quei caldi lampi di sole che permeando tra le volte arboree ti carezzano gentilmente il viso… e ti fanno sentire amato dal mondo…
Sono anni che faccio questa strada che mi porta a fare il periplo della regione ed ogni volta trovo luci diverse e colori sempre nuovi.

Quest’anno il giretto ce lo facciamo in due… anche il giovanotto che ha comprato il mio amato FJ si è unito a me in questa buona abitudine ed anche se per lui è la prima volta sono totalmente tranquillo, perchè la moto che cavalca conosce molto bene questa strada…
Pennelliamo le curve, scivoliamo leggeri sulle chiazze di umido dietro ogni curva incrociando rare vetture e, naturalmente, tante moto… anch’esse alla ricerca di emozioni da catturare e portare con sé nel cuore per sublimarle più tardi al calore del goccio di Jack Daniel’s che attende, da buon amico, nello stipetto di casina…

Sì, oltre ai piedi freddi, un po’ di raffreddore, una miriade di insettini spalmati sul parabrezza e magari i postumi di qualche piatto e bicchiere di troppo che impiegherai tre giorni per smaltire, quel che davvero resta di un viaggio è uno di quei ricordi così forti da scavare la tua materia grigia, di quelli che è sempre molto positivo avere per poterli tirare fuori nei momenti bui che giocoforza fanno parte della vita.

Sì, resta la forza, la consapevolezza dell’importanza di un gesto o di una parola detti o fatti che rievocano la stessa forza espressa in quel momento per uscire da un’empasse o da una situazione difficile, quasi fossero potenti formule magiche…

L’abitudine, lo stress, l’impossibilità di fermarsi per un attimo a riflettere a volte ci portano a non considerare o sottovalutare tutte quelle emozioni piccole e grandi che ogni giretto in moto, anche il più banale, ci offre sempre con generosità.
Che si tratti di un giro sulla tangenziale per raggiungere l’ufficio o di un viaggetto in zone extraurbane o montane, l’attenzione alla strada dissestata, il pericolo dei velox e degli imbecilli che ci sono in giro, il rumorino preoccupante che senti provenire dalla catena, si mescolano in un insieme apparentemente incoerente con il raggio di sole che svanisce all’orizzonte lungo una stradina di campagna, con l’aroma che pervade il tuo casco quando transiti su quel ponticello in legno lungo il fiume dove ancora risuonano le voci degli amici che raccontano di quanto fosse brutta quella curva a gomito… e poi arrivano i ricordi che ti segnano, la dura spallata presa durante una curva un po’ stretta che uno gnocco pensava di poter fare prima di te, la lacrima traditrice che grida a tutti quanto sia stato importante l’amico che adesso non c’è più, il piatto caldo che ti ridà la vita dopo chilometri e chilometri di acqua gelida, la giubba antiacqua di fortuna che il tuo compagno di viaggio tira fuori per te dal suo bauletto e tu che in quel momento hai la percezione esatta che Dio in fondo esiste, è in ottima salute, tifa Valentino Rossi e ci vuole davvero un sacco di bene… :D

Questo è il senso della vita per chi come me vive queste emozioni quasi fossero sempre nuove, e gioisce del fatto che a questa gran cosa chiamata moto non farà mai del tutto l’abitudine…. Nel bene e nel male…

La mia prima volta…

Posted in Storie dell'Asfalto on 28 Ottobre 2007 by Saponetto

cat4.jpgGuardo con un pizzico di invidia e di oscura ammirazione quei genitori temerari che buttano i propri pargoletti su allucinanti minimoto race-replica con tutina tecnica, protezioni a ginocchia e piedini ed un casco che appare sempre troppo grande, e rifletto su come sono cambiati i tempi…

Piegoni incredibili, istinto da bagarre primordiale che si manifesta, azzardo ed a volte addirittura un puro talento pre-scolare che si fa strada con prepotenza, foriero di carriere sportive luminose ben oltre il più sordido sogno di gloria dei genitori in questione…

E’ questa l’età d’oro in cui si diventa piloti, probabilmente… Valentino docet.

Quando ero prepubere si e nò andavo in bicicletta, leggevo Topolino e preferivo di gran lunga andare a far casino con i miei amici di giochi lungo i campi incolti che ancora abbondavano nei dintorni di casa mia.
L’adolescenza mi ha visto testimone del passaggio di molti miei amici alle due ruote a motore… e come non ricordare quei nomi temibili posti sui serbatoi? Aspes, Fantic, Malanca… cribbio, mi dicevo, ma cosa ci provano questi matti a salire lì sopra ed andare a spadellarsi sistematicamente ad ogni curva per poi risalire in sella un attimo dopo per ricominciare? … Non mi attira assolutamente, io non salirò MAI su uno di quegli affari…

La storia insegna che molto spesso i buoni propositi si infrangono sul duro scoglio della vita… nel mio caso, questo scoglio si materializzò nella corpulenta sagoma del padre di una ragazza che all’epoca frequentavo molto, molto assiduamente.
Lavoravo già da alcuni anni,  avevo il mio bravo conticino in banca, la mia bella Deltona HF, un impianto HiFi al limite dell’esoterico e continuavo naturalmente a non degnare di un solo sguardo sia scooters che moto finchè una dannata sera, mentre ero a cena dai genitori di questa amabile donzella che già stravedevano per me,  rimasi invischiato in una pericolosa conversazione “da biscottino con grappa”  che culminò con la fatidica frase che mi aprì le porte della perdizione… “ma la vuoi vedere? È qui sotto, in garage”…

Non ricordo bene cosa avvenne quella sera.
Sarà stato un goccio di grappa di troppo, sarà stata la voglia di farmi bello con i genitori di lei, sarà stata la sgassata traditrice che quel disgraziato sparò nel garage facendomi tremare le sinapsi neuroniche, ricordo soltanto che la mattina dopo mi ritrovai dal notaio per firmare il passaggio di proprietà di quella Honda CB400N… e sorridevo senza alcun ritegno, privo della capacità di controllare la muscolatura facciale… felice…

Da quello strano giorno non ho vissuto un solo attimo della mia vita senza avere una moto intorno, e dopo oltre venti anni di emozioni belle e brutte, di eventi che conservo nel più intimo angolo della mia mente, di volti amichevoli e di grandi risate, insomma una vita divenuta migliore grazie alla moto, provo ancora quel lascivo piacere nel carezzare il serbatoio o dare pacche sulla sella al mattino prima di uscire dal garage, e sussurrare “ciao, bella… fammi sognare anche oggi”…

Ed ogni volta mi torna in mente il famoso canticchiare onirico di Gene Wilder in “Frankenstein Jr”…. “Il destino è quel che è, non c’è scampo più per me, il destino è quel che è, non c’è scampo più per me”… :D